Puntare su istruzione ed educazione per arginare devianza e criminalità

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L’istruzione-educazione (che costituisce, sociologicamente, la cultura di una nazione) è uno dei motori principali di ogni sviluppo sostenibile al fine di una società civile veramente democratica e sempre più responsabilmente solidale.

Invero il predetto binomio è stato previsto dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU), nel settembre del 2015, quale quarto dei 17 obiettivi prioritari (cosiddetti SDGs nell’acronimo inglese), da realizzarsi, obbligatoriamente all’interno di ogni Stato, entro il 2030 (cosiddetta Agenda ONU 2030 per la sua attuazione che, al riguardo, recita: “Offrire un’educazione di qualità, inclusiva e paritaria e promuovere le opportunità di apprendimento durante la vita per tutti”).

Ciò viene ribadito dall’Unesco (United Nations Educational Scientific and Cultural Organization), organo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nel suo rapporto del 1dicembre 2017, che considera l’educazione “priorità assoluta in quanto diritto umano fondamentale perché costituisce la base su cui costruire la pace e dare avvio allo sviluppo sostenibile”.

Del resto già realizzava un diritto costituzionale per tutti nella previsione dell’art. 34 della nostra Carta fondamentale, che giustamente afferma solennemente: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita.”.

In altri termini l’ONU ha impostato una politica generale, vincolante per ogni Paese aderente alla sua organizzazione, per una “educazione …inclusiva”, in quanto ritiene, giustamente, che l’inclusione scolastica può vincere, unito alle sinergie provenienti dalla famiglia e dalle altre comunità educanti, il fenomeno del disagio (economico e sociale) e della dispersione   degli studenti, che costituiscono spesso, purtroppo, l’anticamera della devianza e della criminalità.

L’abbandono degli studi

L’abbandono precoce dal percorso di studi (cosiddetta dispersione scolastica) è un fenomeno statisticamente rilevante, se si pensa che, secondo i dati Istat, coinvolge il 13,8% degli studenti a livello nazionale, con punte assai più alte, purtroppo, nel nostro Meridione, raggiungendo, ad esempio, il 23,5% in Sicilia e il 18,1% in Campania.

Attualmente la nostra scuola , dopo il periodo sessantottino, si sta riequilibrando lentamente in una mediazione fra quella tradizionale, improntata, prevalentemente, a fornire l’apprendimento di una istruzione formale e nozionistica, e quella perfezionatasi, dopo la “scrematura” degli eccessi del movimento studentesco, la  quale  prevede una partecipata e sempre più aperta adesione dello studente, e della sua famiglia, ai progetti formativi ed educativi, sempre più inclusivi e rispettosi della parità nella diversità .

Il punto di sintesi di questo lungo cammino della finalità perseguita dalla scuola, sempre dibattuta fra istruzione ed educazione, sembra essersi raggiunto con il termine “inclusione” che indica, anche etimologicamente (derivando dal verbo latino includere, cioè inserire), il fine scolastico complessivo dell’inserimento responsabile e solidale dei giovani nella società civile e nel mondo del lavoro, sia mediante l’istruzione che con l’educazione formativa.

L’alternanza scuola – lavoro

A tal proposito la  legge 13 luglio  2015  n.107 (cosiddetta “sulla buona scuola”), all’art. 1 comma 16, approfondendo tale tematica, prevede che “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità fra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni, al fine di informare e di sensibilizzare gli studenti , i docenti e i genitori… ”.

Inoltre la precitata legge, al comma 33, per favorire la finalità dell’inserimento lavorativo degli studenti, una volta terminato il loro ciclo di studi – e dare un significato concreto al termine inclusione di cui sopra – , ha previsto il principio dell’alternanza scuola-lavoro, prevedendo un certo numero di ore scolastiche, per gli studenti delle classi superiori, da svolgersi all’interno di ambienti lavorativi preselezionati, identificati nel successivo comma 34 della precitata legge, come quelli di tirocinio presso un’azienda, o di volontariato del Terzo  Settore, ovvero quelli collegati “…con gli ordini professionali, ovvero con i musei e gli altri istituti pubblici e privati operanti nei settori del patrimonio e delle attività culturali, artistiche e musicali, nonché con enti afferenti al patrimonio ambientale o con enti di promozione sportiva riconosciuti dal CONI.”.

Il monte- ore da dedicare al lavoro durante l’orario scolastico è stato, a mio parere inopportunamente, dimezzato dalla successiva legge n. 145 del 2018 (legge di bilancio 2019).

L’inclusione scolastica “per tutti”, allo scopo di raggiungere il fine di sviluppo sostenibile richiestoci dalle Nazioni Unite, dovrà riguardare, in particolare, tre categorie di studenti e cioè: i diversamente abili, i disagiati sociali e i gli stranieri (che spesso sono pure essi dei disagiati sociali, con la peculiarità, però, delle ulteriori e specifiche problematiche provenienti dalla cultura della loro terra d’origine).

Per i primi si dovrà implementare grandemente, nel numero e nel monte-ore a loro disposizione, la figura dell’insegnante di sostegno, che è essenziale per accompagnare lo studente disabile nel percorso di studi.

Ciò al   fine di evitare, come per il passato, i continui interventi della magistratura, su richiesta di genitori disperati, per imporre ai direttori scolastici di sopperire a carenze e inadempienze in questo delicatissimo settore dell’insegnamento.

L’insegnate di sostegno

La figura dell’insegnante di sostegno – se mantenuta in una persona costante nel tempo, senza sue alternanze e sostituzioni provvisorie, assai  dannose psicologicamente per chi deve essere sostenuto – è  per lo studente disabile un prezioso punto di riferimento per la sua vita e una doverosa opportunità per la sua educazione, oltre a  costituire un suo diritto fondamentale, come è prescritto nell’art. 38, terzo comma della Costituzione, secondo cui : “Gli inabili e i minorati hanno il diritto all’educazione e all’avviamento professionale.”

Il problema del disagio scolastico – e cioè una minore capacità di fronteggiare le difficoltà scolastiche nell’apprendimento (che potrei denominare disagio culturale) e quella di relazionarsi con gli altri compagni di scuola (cosiddetto disagio scolastico- sociale) – è sicuramente il problema più grave da affrontare per la scuola.

Esso nasce per una serie di motivazioni individuali, familiari, scolastiche e sociali e cagiona comportamenti di passività (con rischio di condotte autolesive derivanti da incapacità di gestire le frustrazioni e le proprie ansie), ovvero di trasgressività- aggressività, le quali, nei casi più gravi, possono degenerare anche in violazioni di devianza e di criminalità.

Indubbiamente siffatto disagio deve essere gestito dagli insegnanti in maniera attenta e responsabile, cercando soprattutto di “ascoltare” e rassicurare lo studente anche nei suoi momenti di ribellione e di sfida all’autorità scolastica, costituendo una figura adulta di riferimento soprattutto per quei minori con difficoltà di comunicazione familiare, integrando, pertanto, il loro ruolo di “valutatori” (che incoraggia lo spirito competitivo dello studente che prende “voti” alti e deprime e demotiva, invece , quello  che non riesce ad arrivare “alla sufficienza”),  con quello di “facilitatori” rispetto alle problematiche di apprendimento e relazionali dei loro allievi  (come fa l’attrice Veronica Pivetti, interpretando la professoressa di una scuola media superiore, nella bella serie televisiva di “Provaci ancora Prof” ).

In particolare per gli studenti con disagio sociale che provengono da famiglie povere, economicamente e culturalmente, e che vivono in ambienti emarginati, talora a rischio criminogenetico, l’inclusione scolastica incontra la grossissima difficoltà generata proprio dalla loro precitata origine familiare.

Invero il vivere la propria quotidianità in ambienti disgregati, spesso dominati dalla violenza e dalla droga, tende a far assumere ai giovanissimi modelli analoghi a quelli familiari, tanto da essere talora “etichettati” come “diversi”, scolasticamente svogliati e fannulloni, e quindi non “accettati” dalla comunità scolastica di riferimento.

E’ questo l’errore più grave che può commettere l’ambiente scolastico nei confronti del suo studente “disagiato”!

Invero occorre sempre una forte “accoglienza” da parte dei professori nei suoi confronti, che deve far perno su tre linee guida, e cioè lo ascolto accogliente, la fiducia accordata e la responsabilità richiesta, al fine di cancellare quella etichetta negativa di “diverso”, che potrebbe trascinarlo verso il baratro della devianza e della criminalità.

Un modello pedagogico flessibile

Invero sono convinto che la fluidità psicologica del minore deve determinare, come risposta educativa, un modello pedagogico non rigido, ma flessibile, che deve seguire con attenzione il fluire delle situazioni di fragilità, instabilità ed imprevedibilità del minore, applicando le tre precitate linee guida basate sulla autorevolezza dell’insegnante, che si distingue sia dall’autoritarismo che dal paternalismo.

Tale modello si esplicherà, innanzitutto, nel compito del docente di sostenere e stimolare, davanti ai suoi allievi, la motivazione intrinseca formativa dell’apprendimento delle singole materie di studio, cercando di personalizzare quanto più è possibile il progetto educativo in rapporto alla personalità dei singoli studenti.

Inoltre egli dovrà sviluppare l’interazione fra i suoi studenti, promuovendo lo studio di gruppo, mediante lezioni compartecipate – e non noiosamente ex cathedra, come prevedeva il vecchio sistema scolastico – al fine di promuovere una corretta socializzazione degli allievi e un adeguato sviluppo etico e cognitivo.

Si deve però sottolineare, anche, l’importanza dell’aiuto dei genitori degli studenti in questo compito educativo della scuola, attraverso la loro attiva partecipazione ai previsti organi di rappresentanza diretta.

Certamente siffatto ruolo dovrà anche essere collaborativo nei rapporti diretti con i singoli insegnanti dei loro figli, non essendo ammissibili quella prassi corrente di “protestare”, qualora i loro ragazzi abbiano avuto delle modeste valutazioni scolastiche, sicuramente “immeritate” a parere dei genitori, o richiami disciplinari, naturalmente “ingiusti”!!!

In tal maniera si è perso il senso dell’equilibrio strutturato nella famiglia tradizionale, che aggiungeva allo scarso profitto -risaltante dal basso voto scritto sul compito in classe o dalla nota disciplinare inserita di pugno del professore sul diario dell’allievo-  una punizione familiare (talora condita con un sonoro ceffone), che sosteneva l’impegno educativo del docente, e non una “immotivata protesta”, come talora capita attualmente, che serve solo a “remare contro” l’attività dell’insegnante , mortificando il suo impegno professionale.

Patti educativi tra scuola e famiglia

Insomma bisogna rifondare nuovi “patti educativi” fra la scuola e la famiglia, che permetteranno alle due principali istituzioni formative un dialogo sereno e collaborativo nell’interesse dello sviluppo psico-fisico, il più possibile armonico, dello studente, che si può ottenere solo con una condivisione educativa fra le due istituzioni, come prevede il Patto di corresponsabilità educativa, firmato il 1° marzo 2018, fra la ministra dell’istruzione, l’università e la ricerca (MIUR) dell’epoca, Valeria Fedeli, e il Forum nazionale delle associazioni dei genitori della scuola (FONAGS).

In esso l’educazione diviene sempre più un campo di azione comune fra genitori e docenti, soprattutto per quanto concerne il Piano dell’offerta formativa scolastica, che viene aperta alle “proposte utili” da parte delle associazioni dei genitori, mediante la trasparenza e l’informazione alle famiglie dei progetti e delle attività scolastiche.

Il precitato modus operandi dell’insegnante autorevole per gli studenti “disagiati”,  al fine della loro inclusione scolastica, deve essere anche  applicato a quelli stranieri, soprattutto se minori, in quanto detentori di un diritto allo studio paritario rispetto a quello degli italiani, diritto ribadito, da ultimo, nell’art.1 della legge 7 aprile 2017, n. 47   (“Disposizioni in materia di misure di protezione dei minori stranieri non accompagnati” ), secondo cui : “I minori stranieri non accompagnati sono titolari dei diritti in materia di protezione dei minori  a parità di trattamento con i minori di nazionalità italiana o dell’Unione europea …in ragione della loro condizione  di maggiore vulnerabilità”.

Tale diritto era stato già ampliato dal punto 7, lett. D, della precitata legge 107 sulla buona scuola, che prevede come irrinunciabile fine scolastico “[lo]sviluppo delle competenze in materia di cittadinanza attiva e democratica attraverso la valorizzazione dell’educazione interculturale e alla pace, il rispetto delle differenze e il dialogo tra le culture, il sostegno dell’assunzione di responsabilità nonché della solidarietà…”.

Evidentemente, però, esso deve essere modulato in maniera differente, in quanto il loro disagio è diverso da quello degli italiani, poiché deriva, fondamentalmente, dal fatto che si trovano in bilico fra la cultura straniera (diversa spesso per religione, per usi e costumi locali ecc.) dei loro genitori e quella nostra,  cioè nel Paese in cui spesso sono nati e risiedono, situazione che li può indurre a gravi problemi depressivi, potenziali artefici della devianza (uso di droga e abuso d’alcol), o della criminalità, che si potrebbero riverberare in una crisi di destabilizzazione sociale a catena, sentendosi persone “marginali” (secondo la teoria del sociologo americano Robert Ezra Park, fondatore della Scuola di Chicago), che vivono, confuse, sul margine delle due precitate culture diverse.

La precitata legge n. 47  ha opportunamente lanciato un fascio di luce protettiva verso tanti minori che hanno negli occhi e nel cuore guerre distruttive, violenze inenarrabili e disagi gravissimi nei loro viaggi della speranza, e pertanto bisognosi di un’accoglienza che metta a loro disposizione un modello concreto integrato, che sia non solo educativo e sociale, ma anche clinico-psicologico, grazie anche all’istituzione di un tutore volontario per ogni minore straniero non accompagnato (ex art.11 legge 47).

Il diritto allo studio e l’integrazione dei minori stranieri

Per quanto concerne il diritto allo studio, sulla scia della legge n.47, nel dicembre 2017, sono state  approvate, dal ministero per l’istruzione, l’università e la ricerca (MIUR), le prime linee guida per l’accoglienza e l’inclusione scolastica di tutti i minori inseriti in comunità familiari e centri di accoglienza, tra cui, ovviamente, i  minori stranieri non accompagnati, per realizzare “una via italiana all’inclusione”, basata sul principio dell’universalismo del diritto di ogni minore di  ottenere un livello d’istruzione adeguato, su quello della scuola comune attraverso l’inserimento di tutti, a prescindere dalla loro provenienza geografica, in una classe normale e sul principio della centralità della persona in relazione con gli altri, che richiede un progetto educativo personalizzato nel suo percorso di apprendimento.

Per tale motivo appare indispensabile l’attuazione  di una seria e ragionata accoglienza e inclusione che deve far perno soprattutto sull’istruzione e, altresì, sulla presenza di specializzati mediatori culturali, anche nell’ambito scolastico (indispensabili per facilitare la comunicazione, spesso difficile, fra la famiglia straniera e la scuola), categoria che deve essere sicuramente potenziata nel numero e nella qualità della preparazione professionale, con l’istituzione di previ corsi organizzati con la supervisione del ministero dell’istruzione (MIUR)  e l’ inserimento in uno specifico  albo distinto per gruppi di nazionalità.

In particolare occorrerà una politica scolastica sempre più attenta all’integrazione educativa dei bambini immigrati, con la raccomandazione, però, che anche per essi deve essere attuata una seria educazione alla cittadinanza attiva, ai valori della Costituzione e alla legalità , ritenendo che una società multiculturale, tollerante delle diversità, deve essere però retta da un sistema legislativo contenente norme chiare e vincolanti per tutti (italiani e stranieri immigrati), come ci ha insegnato l’esperienza storica dell’ impero romano che, dopo aver sottomesso militarmente i vari popoli, dava successivamente loro la cittadinanza romana, assai agognata da essi (cives romani sumus),  rispettando le loro tradizioni, ma obbligandoli, però, al rispetto delle sue leggi, al pari di ogni cittadino originariamente romano.                      Pertanto sul progetto d’inclusione scolastica del minorenne straniero sarà fondamentale – come anche per quello italiano -, a partire dal prossimo anno scolastico, l’attuazione concreta della nuova legge 20 agosto 2019 n. 92 (“Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”), che reintroduce, come materia di studio, l’educazione civica, ampliandone e aggiornandone il contenuto, dopo la sua abolizione avvenuta nel 1991.

Essa, nell’art. 1, esprime con chiarezza i principi fondamentali della formazione del buon cittadino dichiarando programmaticamente: “L’educazione civica contribuisce a formare cittadini responsabili e attivi e a promuovere la partecipazione piena e consapevole alla vita civica, culturale e sociale delle comunità, nel rispetto delle regole, dei diritti e dei doveri”.

L’educazione civica sviluppa nelle istituzioni scolastiche la conoscenza della Costituzione italiana e delle istituzioni dell’Unione europea per sostanziare, in particolare, la condivisione e la promozione dei principi di legalità, cittadinanza attiva e digitale, sostenibilità ambientale e diritto alla salute e al benessere della persona.

Inoltre il processo d’inclusione dei minori stranieri dovrà essere realizzato anche attraverso   una nuova legge sulla cittadinanza, da più parti auspicata, che, facendo perno proprio sull’istruzione, (e cioè sullo ius culturae) riconosce allo straniero, nativo in Italia, una maggiore facilità nell’acquisto della cittadinanza, attualmente ancorato, alle disposizioni dall’art. 4. punto 2 della vigente legge 5 febbraio 1992 n. 91, che prevede per il figlio di stranieri che, nato in Italia, continuamente abbia risieduto “legalmente e senza interruzione” sul nostro territorio, l’acquisizione della cittadinanza al compimento del diciottesimo anno di età.

Tale nuova normativa dovrebbe anticipare prima dei 18 anni la concessione della cittadinanza, legandola indissolubilmente al processo dell’istruzione.

In tal senso è stato riproposto nell’odierna legislatura, dall’On. Laura Boldrini, il disegno di legge, denominato “ius soli soft”, che prevede che i bambini, nati in Italia e figli di stranieri, acquisiscono la nazionalità se almeno uno dei due genitori “sia residente legalmente in Italia, senza interruzioni, da almeno cinque anni antecedenti alla nascita”.

Invece i minori stranieri arrivati in Italia sotto i dodici anni potranno ottenere la cittadinanza solo dopo aver frequentato regolarmente, per almeno cinque anni, le scuole del nostro Paese.

Per quelli arrivati fra i 12 e i 18 anni, invece, la nazionalità italiana potrà essere concessa dopo aver risieduto legalmente nel nostro Paese per sei anni e aver frequentato “un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo”.

Lo ius culturae

A questo si è aggiunto una nuova proposta di legge dell’On. Renata Polverini, a mio parere preferibile, denominata “ius culturae” che lega sempre (a differenza della proposta precitata della Boldrini) il diritto di cittadinanza dei minori stranieri alla concreta loro istruzione, facendo sì che tutti i nati in Italia e, che vi abbiano risieduto fino alla fine della scuola elementare, possano ottenere la cittadinanza italiana.

L’inclusione mediante la concessione della cittadinanza (collegata strettamente alla scolarizzazione) inciderà sicuramente, in maniera favorevole, sulla prevenzione delle discriminazioni razziali, per il completo senso di appartenenza alla nostra comunità dei nuovi cittadini, che non saranno più considerati dei “diversi” stranieri e costituirà, pertanto, un nuovo argine alla potenziale devianza e criminalità dei giovani stranieri.

Infatti oggi la scuola deve sempre più aiutare i minori a costituirsi una identità positiva, con un buon livello di autostima e di auto-accettazione, anche attraverso un contesto di sperimentazione e di valorizzazione di sé nel rapporto solidale con gli altri.

La scuola non deve costituire più un centro di indottrinamento ideologico, ma deve essere aperta, con la necessaria attenzione al dialogo fra le varie diversità culturali esistenti in capo agli studenti extra-comunitari che, sempre più numerosi, la frequentano.

Essa, infatti, costituisce uno spazio di passaggio fra la famiglia e l’inserimento nella società attiva e dovrebbe tendere a soddisfare, ragionevolmente, sia i bisogni di protezione che quelli di progressiva indipendenza sentiti dagli studenti, in un clima di accettazione e di collaborazione, promuovendo non solo le regole didattiche, ma anche quelle sociali, indispensabili per il loro successivo passaggio nella dimensione del lavoro e della solidarietà.

Giustamente Papa Francesco, in un incontro pubblico con i fedeli nel 2015, ha dichiarato che la scuola deve diffondere ai ragazzi la sensibilità del vero, del bello e del buono: messaggio che mi piace accogliere integralmente e auspicare in un sua immediata realizzazione in questa situazione di “emergenza educativa”, in una società globale purtroppo sempre più disgregata e sconvolta, attualmente, dalla violenza in generale.

Insomma la scuola deve costituire , soprattutto per i minori, un’esperienza educativa ben integrata nell’ambiente sociale, aggiornata sempre alle nuove esigenze che emergono continuamente dal contesto economico-sociale, gestita  in ambienti adeguati sotto il profilo della  stabilità strutturale e della funzionalità,  con insegnanti validi e motivati  (anche per un più equo compenso economico), capaci non soltanto di istruire i propri allievi con l’insegnamento della loro materia, ma di occuparsi in prima persona di conoscere e gestire la loro personalità in generale e i suoi bisogni,  al fine di prevenire le loro devianze e le potenziali ricadute criminali.

Invero, come ci ricorda Domenico Battaglia, in un editoriale del quotidiano Avvenire del 2 novembre 2018, “Dobbiamo tornare a investire in percorsi educativi e di prevenzione. I giovani vogliono sentirsi protagonisti della storia che vivono e abbiamo il dovere etico e civile di rimetterli al centro delle nostre azioni politiche. La sfida educativa è la chiave di volta del futuro ed è necessario tornare a svolgere il nostro ruolo di educatori “connettendoci” alla sfera emotiva dei nostri figli. Ci vuole una scelta coraggiosa che rimetta al centro del dibattito la persona con i suoi bisogni.

In una società orientata al successo, schiava dell’immagine e di una economia totalitaria, in cerca di superuomini, dobbiamo tornare ad educare i giovani alla consapevolezza e alla accettazione della propria fragilità come strumento della conoscenza di sé. Ogni attore torni, quindi, ad assumere la responsabilità del futuro dei nostri ragazzi, tornando ad essere credibile”.

 

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Roberto Thomas

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