Quando la giustizia fa paura. Il capovolgimento del principio di non colpevolezza ed il complice silenzio della nostra Amministrazione

Ci hanno sempre insegnato che senza le prove nessuno può essere considerato colpevole; siamo cresciuti vedendo film la cui trama consisteva nell’affannosa ricerca del cattivo che, nonostante la lampante colpevolezza, è un professionista nel non lasciare tracce e che quindi rimane impunito. 

Viviamo in uno Stato in cui, nonostante le numerose denunce da parte di donne che hanno subito minacce, le stesse vengono uccise perché non si avevano sufficienti motivi per imprigionare i molestatori; lo stesso Stato in cui devono essere installate telecamere nascoste che riprendano le scene di violenza subite dei bambini degli asili da parte delle loro maestre per essere certi che le abbiano subite. 

Insomma uno Stato che tutela fino in fondo il principio di non colpevolezza e che è garante del concetto che si è innocenti fino a prova contraria.

Peccato che nella Casa Circondariale Lo Russo e Cutugno di Torino questi concetti e queste garanzie non sono vigenti. L’articolo 27 della Costituzione è pura fantascienza; tutto ciò che ci hanno insegnato fin da bambini, che abbiamo studiato da grandi e che ci fa avere fiducia nella giustizia è completamente abrogato per il nostro Corpo. E questo annullamento ha una data precisa: il 17 ottobre, giorno in cui sulla base di svariate dichiarazioni rilasciate da alcuni detenuti appartenenti al circuito incolumi, sono stati arrestati 6 tra agenti e assistenti della Polizia Penitenziaria con l’accusa di tortura. 

Uomini che, alla prime luci del giorno, sono stati spogliati della propria divisa, della placca e della pistola d’ordinanza per essere condotti presso le proprie abitazioni, agli arresti domiciliari. 

Uomini che sono stati sospesi dal servizio e di conseguenza privati del percepimento del proprio stipendio sulla base di sole dichiarazioni. 

Uomini che sono stati limitati della propria libertà personale, della possibilità di comunicare anche con i familiari più stretti e che sono stati additati come torturatori da tutti i media. 

Quello che poi lascia sgomenti è che per evitare l’inquinamento probatorio (motivazione per cui dapprima è stata chiesta la custodia cautelare in carcere, poi convertita negli arresti domiciliari) invece di trasferire i detenuti, sono stati arrestati i poliziotti. 

E se c’è qualcosa di più paradossale di quanto è accaduto, sta proprio in quello che la nostra Amministrazione non ha fatto. 

Non c’è stata una sola dichiarazione da parte di chi dovrebbe tutelarci, di chi dovrebbe, quantomeno, anche se volesse astenersi dai giudizi e quindi non entrare nel merito della vicenda giudiziale, riconoscere le difficoltà nelle quali si opera, il sacrificio di chi è in prima linea nelle sezioni detentive e che quotidianamente con abnegazione e lealtà indossa la divisa della Polizia Penitenziaria. 

Non una parola da parte del Ministro, il capo del Dap invece è venuto in visita al carcere di Torino ma non si è minimamente avvicinato ai colleghi del Padiglione “incriminato” per poter verificare le condizioni di lavoro e soprattutto lo stato d’animo che caratterizza il personale che attualmente presta lì servizio. 

Perché chi ad oggi fa servizio presso le sezioni detentive vive con il timore che basti una parola di un qualunque pedofilo per vedersi privare della propria divisa, del proprio lavoro, del proprio stipendio e della propria dignità. 

Chi oggi prende servizio in una sezione detentiva può sentirsi chiedere da un qualsiasi detenuto “Ah, appuntà, eri andato in ferie? Pensavo avessero arrestato anche te!” 

E l’amministrazione, consapevole di queste e di tutte le altre difficoltà che ormai da tempo  pesano sul personale, conscia dello stato d’animo degli agenti, rimane in silenzio, con le braccia conserte. 

Delle quotidiane e sempre più frequenti aggressioni da parte dei detenuti nei confronti degli agenti di Polizia Penitenziaria nessuno ne parla, quello non fa notizia e men che meno vengono adottati provvedimenti per evitare che ciò avvenga perché l’importante è garantire la rieducazione, le attività trattamentali e rispettare le indicazioni dell’Europa che ci ha imposto anche di eliminare l’ergastolo ostativo. 

La sicurezza è messa in secondo piano. D’altronde si sa, la prima linea è sacrificabile ed è la prima che viene mandata al macello. 

Alle donne non basta denunciare per poter mandare in carcere i propri molestatori; alle madri non basta denunciare per salvare i propri figli, ma ai delinquenti della peggior specie basta dire una parola e avranno il potere di rovinare delle vite.

E’ davvero soddisfacente, catartico direi, vedere, alla fine dei film, il buono riuscire ad incastrare il cattivo. 

Magari fosse sempre così, magari fosse sempre così evidente, così semplice dimostrare chi è dalla parte del giusto e punire chi ha sbagliato. 

Ma lo spettacolo, se così vogliamo chiamarlo, al quale stiamo assistendo oggi, non può non essere che quello del teatro dell’assurdo.

E’ doveroso concludere ringraziando invece il Professor Meluzzi. 

Grazie per aver sostenuto immediatamente la Polizia Penitenziaria, divulgando sui social un video seppur breve ma davvero diretto, forte, sentito e mi dispiace che gli sia stato negato l’ingresso in carcere. 

Caro professore, fosse venuto per far visita ai detenuti sarebbe stato ben accetto ma la Polizia Penitenziaria non è meritevole, a quanto pare, di un simile gesto e sinceramente non è neanche abituata.

Grazie inoltre ai legali che si sono gratuitamente offerti di assistere il personale indagato, e grazie a chi sta partecipando alla raccolta fondi per sostenere le famiglie dei colleghi arrestati.  

E a voi colleghi dico: FORZA! 

Non siete soli! 

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Chiara Sonia Amodeo
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