Racconto la mia storia contro le catene dell’omertà

Ho riflettuto a lungo prima di scrivere questo articolo. 

Aprirsi non è mai facile, ma voglio dimostrare a chi mi definisce un fortunato, o mi accusa di avere le spalle forti, cosa significa rinascere dalle ceneri, come una fenice.

Mi sono sempre chiesto se chi avesse ucciso mio padre , fosse veramente pentito, se stesse soffrendo come ho sofferto io, e soffro ogni giorno. Mi sono sempre chiesto se coloro i quali cancellano per sempre una vita umana, il calore che essa apporta nella vita dei propri cari, i sorrisi, gli abbracci, gli sguardi protettivi di chi desidera invecchiare insieme ai propri cari, meritano una possibilità. Non dimenticherò mai gli anni che hanno preceduto l’uccisione per mano criminale di mio padre; erano gli anni in cui, dopo una vita di solitudine e carenze affettive, stavo imparando a conoscere mio padre. Era un tipo tosto, di carattere, goffo a volte nei suoi movimenti. Mi rendevo conto di quanto io gli somigliassi. Sono cresciuto con i miei nonni materni e sette zii; sono cresciuto in una famiglia di sindacalisti, mio nonno lo è stato per 30 anni, e quando ho iniziato a conoscere mio padre, venni a sapere che anche lui lo era. I diritti dei lavoratori, dei venditori ambulanti, la categoria più vezzeggiata che io conosca; ebbene mio padre si occupava proprio di questo. Difendere un settore con altissime infiltrazione camorristiche. 

E la camorra non guarda in faccia a nessuno, neanche ai poveretti. Appresi la notizia dell’uccisione di mio padre, quando ero in caserma a Bari; si perché quando cresci senza riferimenti devi darti da fare, devi imparare a sopravvivere da solo. Così nel lontano 1999 mi arruolai nell’Esercito Italiano. Era il 18 febbraio 2002 , quando ero in procinto di allacciare gli anfibi prima dell’alzabandiera. Erano le ore 07:45 del 19 febbraio 2002. Squillò il telefono. Era mia nonna la quale mi disse, “curre a casa hanna accis a patet” (corri a casa hanno ucciso tuo padre). 

Sono rimasto assente per qualche minuto. Non riuscivo a capire fin quando non scoppiai a piangere. Non capivo.  Avvertito il mio comando, mi venne detto ma tuo padre era un camorrista? E già come se la morte di un uomo per mano criminale fosse una colpa, come se l’appartenenza al clan fosse una conseguenza naturale, dimenticando le oltre 300 VITTIME INNOCENTI uccise per mano criminale solo in Campania. 

Mi sentivo smarrito, strano. 

Andai a casa dove viveva mio padre con la nuova moglie, Maria e gli altri 5 figli. Dove mi trovo, che sta succedendo. Erano queste le domande che mi ponevo. Ho realizzato la morte di mio padre quando venne portato via dalla chiesa vuota, solo gli stretti familiari e nulla più. Sacrificarsi per la patria non sempre viene riconosciuto, sacrificarsi per i diritti dei lavoratori non significa nulla per questo paese. Difendere la costituzione rappresenta solo un eufemismo. Il dopo morte è stato per me ancora più tragico. Ero arrabbiato con il mondo intero; mi sentivo in colpa per non aver provato a conoscere mio padre prima, mettendo da parte l’orgoglio.

Mi sentivo dilaniato. Ancor di più mi ha dilaniato  lo Stato, quando con una semplice lettera bollava la mia vita come un “non fiscalmente a carico” rigettando di fatto il riconoscimento di familiare di vittima innocente di camorra. Mi sentivo figlio di nessuno, inesistente. Solo chi ha vissuto il dolore, può capire cosa significa soffrire. Tre anni di vani giri tra gli espertoni della legalità non portarono da nessuna parte. Nell’anno 2005 decisi di coronare il mio sogno iscrivendomi all’università. Iniziai ad acquisire maggiore consapevolezza, soprattutto dell’ordinamento giuridico, dei diritti costituzionali, e di quanto popoli e nazioni abbiamo lottato per difenderli. 

Iniziai a capire come difendermi da solo in quel no, iniquo, lesivo della mia dignità di uomo,  che lo Stato mi aveva detto. 

Mandai una email nell’anno 2007 alla trasmissione Mi manda rai tre di Vianello, raccontando la mia sofferenza. Venni chiamato a raccontare la mia storia dopo solo tre giorni in diretta TV. 

Di fronte a me c’era il Ministero degli Interni. Raccontai a milioni di Italiani la mia sofferenza, la lesione di un diritto costituzionalmente sancito , di quanto fosse ingiusto. Dopo circa un anno, la legge 302/90 venne modificata ed integrata dalla legge 29 novembre, n. 222/2007 , la quale riconosceva i diritti di familiare di vittima del terrorismo e della criminalità organizzata anche ai figli non fiscalmente a carico e nati fuori dal matrimonio, EQUILIBRANDO DI FATTO IL VUOTO NORMATIVO ANTECEDENTE.  Avevo vinto e con me avevano vinto altri familiari di vittime innocente delle mafie. 

Era anche l’anno in cui  iniziai a girare nelle scuole in tutta Italia raccontando la storia di mio padre ai ragazzi. Avevo il bisogno di raccontare, di far conoscere la storia di un uomo semplice che da solo era riuscito a rompere le catene dell’omertà. Insieme ad uno scrittore feci mettere tutto nero su bianco, volevo raccontare in un libro la storia di mio padre, delle sue azioni, delle sue denunce, raccontare la mia di storia.

Avevo capito che questa era la mia missione di vita, l’unico modo per avere accanto a me mio padre. Desideravo cambiare la realtà, insegnare ai ragazzi a combattere per i propri diritti e non piegarsi al malaffare; ma soprattutto mostrare a chi ha commesso un crimine che la strada della legalità è possibile, mostrando loro tutta la sofferenza che causano nella vita delle persone. 

Nell’anno 2011 ricevo il 1° premio Paolo Borsellino per il mio impegno sociale e civile, contro le mafie. Raccontare l’emozione che provavo e che provo sarebbe riduttivo. Mi sentivo solo orgoglioso di quello che stavo facendo. Ed ancora di più mi sono sentito orgoglioso quando fondai un associazione in suo nome e una cooperativa sociale per contrastare l’humus della criminalità organizzata proprio nei mercati, distri- buendo shopper biodegradabili. 

Gli stessi shopper che sono stati la causa dell’uccisione di mio padre. Gli stessi shopper imposti dalla criminalità organizzata, ora venivano distribuiti legalmente.

Quando iniziai a lavorare presso il Ministero della Giustizia, era chiaro. Un segno del destino. Potevo cambiare la realtà dall’interno e impegnarmi affinché l’esecuzione penale sia davvero educativa. Durante questi anni mi sono reso conto che aprire le braccia ai ristretti è il miglior modo di vendicarmi, un messaggio chiaro: nonostante tutto , nonostante mi avete portato via , una speranza di felicità: io ci sono e vi mostro che è possibile cambiare, perché io rappresento lo Stato, sono lo Stato. 

Ma, invero, questa possibilità di ravvedimento non va offerta a chi non ha voglia di cambiare, a chi ha fatto soffrire e non mostra alcuna sensibilità . 

L’opportunità va donata a chi lo merita, e a chi intende non tornare più nel circuito penale. Ciò che mi porto dentro è orgoglio, ma le ferite non si rimargineranno mai più. Non è vero come dicono in molti che si può seppellire il passato. 

Il passato si aggrappa con i suoi artigli al presente.

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Informazioni sull'autore

Gennaro Del Prete
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