Rifiuto di indicazioni sulla propria identità personale

Il legislatore nella categoria di atti illeciti identifica quelli che possiedono una sanzione penale, fissando il carattere di reato.

Con il criterio formale della specie delle pene comminate, la legislazione penale distingue i reati in delitti e contravvenzioni. 

Nella pratica, quando si parla di reati ci si riferisce ad un delitto, o una contravvenzione, senza volere fare una distinzione netta.

La suddivisione in delitti e contravvenzioni si fonda sulle sole pene principali: i delitti sono quei reati per i quali è prevista la pena dell’ergastolo, della reclusione e della multa, in massima parte previsti e puniti dal libro secondo del codice penale, possono essere dolosi o colposi, e sono puniti più gravemente rispetto alle contravvenzioni; le contravvenzioni sono quei reati per i quali è prevista la pena dell’arresto e/o dell’ammenda (ex art. 17 c.p.), disciplinate sia dal libro terzo del codice penale, sia da numerose disposizioni di leggi speciali. La loro peculiarità è che, di fatto, per la loro sussistenza non risulta necessaria la valutazione della presenza dell’elemento soggettivo. In altre parole, il giudice per l’applicazione della condanna non ha il dovere considerare la presenza del dolo o della colpa nella condotta posta in essere dal soggetto.

Tanto ciò premesso, alcuni operatori di polizia sono in difficoltà nel momento in cui un cittadino si rifiuta di fornire la propria identità personale o, comunque, per l’identificazione si pretende un documento di riconoscimento che non viene esibito.

A tal proposito, appare opportuno fare chiarezza, al fine di confutare qualsiasi dubbio al riguardo ed operare con la massima professionalità.

L’art. 651 c.p. ¶LIBRO TERZO – Delle contravvenzioni in particolare ¶ Titolo I – Delle contravvenzioni di polizia ¶ Capo I – Delle contravvenzioni concernenti la polizia di sicurezza ¶ Sezione I – Delle contravvenzioni concernenti l’ordine pubblico e la tranquillità pubblica – disciplina “Chiunque, richiesto da un pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni, rifiuta di dare indicazioni sulla propria identità personale, sul proprio stato, o su altre qualità personali, è punito con l’arresto fino a un mese o con l’ammenda fino a duecentosei euro.”

Pertanto, è pacifico che il Codice Penale regola in maniera specifica il caso in cui un soggetto si rifiuti di indicare le proprie generalità ad un pubblico ufficiale, non essendo necessario che la persona controllata sia responsabile di un reato o di un illecito amministrativo.

Il reato in questione si sostanzia in un comportamento omissivo proprio da parte del soggetto a cui viene intimato di fornire le proprie generalità. Ovvero in un’attività di inerzia nei riguardi della richiesta di identificazione mossa dall’autorità di polizia.

Il reato di cui all’art. 651 c.p. non rimane assorbito ma può concorre con quello di resistenza a pubblico ufficiale di cui all’art. 337 c.p., risultando le relative condotte completamente diverse, se raffrontate in astratto, e susseguenti materialmente l’una all’altra, se considerate in concreto (Cassazione penale sez. VI  30 maggio 2013 n. 39227).

La finalità dell’art. 651 è quella di permettere al pubblico ufficiale, nello svolgimento delle proprie funzioni, di identificare nell’immediato uno o più soggetti che si trovano in un dato luogo, nonché, tutelare l’interesse che lo svolgimento dell’attività del pubblico ufficiale non risulti intralciata o ostacolata. La richiesta deve essere sempre legittima e deve al contempo provenire da un pubblico ufficiale, qualifica riconosciuta anche ad altre categorie. 

Per converso, la scelta da parte del pubblico ufficiale di fornire le generalità è sempre libera ed insindacabile. In tema di rifiuto d’indicazioni sulla propria identità personale, il giudice penale può sindacare la legittimità della richiesta del pubblico ufficiale soltanto sotto il duplice profilo della qualifica soggettiva e della competenza del richiedente, ma non può investire anche la discrezionalità della concreta iniziativa del pubblico ufficiale, in relazione alla causa della richiesta (Cassazione penale sez. VI  24 marzo 2011 n. 13402).

Ai fini dell’integrazione della fattispecie contravvenzionale, per scongiurare l’impedimento dell’attività del pubblico ufficiale anche se temporaneamente, è sufficiente che il soggetto rifiuti di fornire i dati richiesti, non essendo richiesto che fornisca i documenti attestanti la propria identità personale. Sarà dunque sufficiente che il soggetto declini le proprie generalità, senza la necessità che fornisca i documenti (come la carta di identità o la patente) attestanti la propria identità. Pertanto, il reato si configura anche se il soggetto fornisce le informazioni in un momento successivo alla richiesta del pubblico ufficiale, risultando inutile un pentimento successivo rispetto alla richiesta da parte del soggetto: il reato si consuma nell’istante in cui si manifesta il semplice rifiuto di fornire le proprie generalità (Tribunale Roma sez. X  24 maggio 2014 n. 9158; Cassazione penale sez. I  15 aprile 2010 n. 31684).

Appare opportuno evidenziare che la norma punisce esclusivamente chi declina di fornire le informazioni richieste circa la propria generalità e non chi è privo di documenti che la attestano. Infatti, non sussiste alcun obbligo in capo al cittadino di essere fornito di un documento d’identità valido (ad eccezione della patente in caso di guida) al seguito. L’obbligo è solo di fornire verbalmente le proprie generalità: per escludere il reato è sufficiente fornire le informazioni richieste a voce, non essendo richiesta la consegna di alcun documento.

Però, commette il reato non solo il soggetto che declina di fornire le proprie generalità, ma anche chi rifiuta di fornire tutte le altre indicazioni richieste per una rapida e completa identificazione: ad esempio data e luogo di nascita. L’illecito sussiste anche se l’identità sia facilmente accertabile da parte del pubblico ufficiale, ad esempio un appartenente alle forze di polizia che già conosce il soggetto fermato. Il reato si concretizza ugualmente poiché la semplice conoscenza non garantisce che il pubblico ufficiale conosca esattamente tutti i dati della persona.

Nel caso in cui il soggetto ammettesse di avere un documento di identità rifiutandone però l’esibizione, il pubblico ufficiale potrà accompagnarlo nel proprio ufficio per procedere all’identificazione (es. conduzione della persona che si sia rifiutata di fornire le proprie generalità al comando).

Un simile comportamento potrebbe far sorgere dei dubbi sulla veridicità delle dichiarazioni fornite. Si noti che la scelta del pubblico ufficiale nel caso di specie è sempre discrezionale e l’eventuale permanenza in caserma non potrà essere superiore alle 24 ore.

Il rifiuto di fornire le proprie generalità al pubblico ufficiale nell’esercizio delle funzioni può non costituire reato (art. 651 c.p.) se rientra nell’esercizio di un diritto (Tribunale Roma sez. X  12 dicembre 2011 n. 24520).

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Giovanni Passaro
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