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Rischio suicidario nella Polizia Penitenziaria: è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti

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Per arginare il rischio suicidario nel Corpo di Polizia Penitenziaria è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti.
Partendo dalla ratio dell’accordo sul documento recante “Piano nazionale per la prevenzione delle condotte suicidane nel sistema penitenziario per adulti” approvato definitivamente da parte della Conferenza Stato-Regioni del 27/7/17 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 14 agosto dello stesso anno, possiamo dire che sono due gli elementi chiave : formazione e collaborazione fra gli operatori attivi nei carceri.
Il Piano Nazionale, incorporando le indicazioni fornite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità  nel documento del 2007 “La prevenzione del suicidio nelle carceri” delinea, per contrastare il problema, un modus operandi “integrato” e “multidisciplinare” che dovrà permeare il lavoro futuro di tutti i soggetti che operano nel sistema penitenziario.
Sono pervenute preziose indicazioni per arginare il fenomeno del suicidio ma vorrei che l’attenzione si focalizzasse anche sulle morti in carcere e su tutti quei gesti estremi che sono sinonimo di malessere. Parlo di autolesionismo ma anche di danneggiamenti e proteste.
Vorrei che fosse inquadrata l’attività del poliziotto penitenziario, ovvero uno degli operatori attivi nel carcere, quale componente importante nella lotta al fenomeno suicidi in carcere.
Punto di partenza deve essere l’analisi di dati numerici prodotti dalla quotidiana vita penitenziaria : nel 2018 a Genova Marassi si sono verificati 242 atti di autolesionismo, 1 decesso 1 suicidio e 18 tentati suicidi. In Liguria, invece, 444 autolesionismi, 4 suicidi, 30 tentati suicidi. In Italia 10.423 autolesionismi, 100 decessi, 61 suicidi, 1198 tentati suicidi.
Popolazione detenuta in Italia 60125, in Liguria 1495, a Marassi 727.
Questi dati, sconvolgenti, meritano più attenzione d’analisi da parte del Ministero della Giustizia, del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, della politica e anche dell’opinione pubblica e devono indurre ad accelerare quel processo d’interesse su questo fenomeno.
Dai dati prodotti mi soffermerei sui 18 tentati sudici sventati dalla Polizia Penitenziaria di Marassi, che diventano 30 in Liguria e addirittura 1198 in Italia. Sventati grazie all’immediatezza dell’intervento del poliziotto, il che giustifica la richiesta di una maggiore presenza di poliziotti nelle sezioni detentive utile ad alzare la percentuale di intervento per salvare una vita umana.
Ed ecco il primo step: maggiore presenza di personale significa aumento delle probabilità di evitare le morti in carcere.
Su questo fronte la politica non ci è stata d’aiuto avendo effettuato un incisivo taglio lineare delle piante organiche della Polizia Penitenziaria. Da 41.335 unità nel 2013, a 37.181 unità nel 2017. Il che si pone in controtendenza con la richiesta di maggiore presenza di personale in un campo che vede un aumento della popolazione detenuta.
Il poliziotto penitenziario agisce sul suicidio, in senso materiale, fisicamente. Nulla o poco può fare sull’aspetto scientifico della voglia suicidaria, è questa che va prevenuta, qui bisogna intervenire individuando chi e come deve farlo, più che l’intervento in senso materiale che è l’ultimo stadio del compimento dell’insano gesto.
Una componente dell’effetto suicidario è la “causa personale” la quale è alla base del progetto suicidario, bisogna agire su tutte le componenti che inducono al suicidio in carcere, mi riferisco sul se e sul perché le condizioni di detenzione e l’ambiente detentivo possano incidere al compimento di questo atto estremo. Quindi per agire sulla prevenzione dei suicidi è necessaria l’adozione di norme che assicurino, tra le varie cose, maggiori contatti con l’esterno, un maggior ricorso alle misure alternative, una struttura penitenziaria maggiormente ospitale.
I suicidi non si prevengono attraverso condizioni che alimentano conflitti (sovraffollamento e promiscuità) o in ambienti angusti e malsani che non aiutano a far dimenticare la voglia suicidaria. Né si prevengono solo affidandosi alla Polizia Penitenziaria che diventa poi, se già non lo è, il capro espiatorio di turno, sovente accusato di non sorvegliare il detenuto in modo costante.
Dove agire allora? Sull’intervento materiale degli agenti preposti al controllo o sul miglioramento generale del benessere all’interno delle strutture o anche ricorrendo alla detenzione esterna?
Se fosse colpa delle strutture allora monitoriamole e facciamo mea culta su Savona dove è stato cancellato l’istituto penitenziario e ancora oggi, dopo quasi 5 anni non vi è interesse per la costruzione di un nuovo, moderno e capiente istituto.
Domandiamoci il perché e valutiamo gli effetti che la chiusura di questo carcere ha prodotto sugli altri istituti della regione.
Altro elemento importante è la formazione e l’aggiornamento della Polizia Penitenziaria, rivedendo i corsi di formazione. Il neo agente deve arrivare negli istituti preparato alle emergenze. E’ inoltre necessario programmare aggiornamenti annuali, corsi di primo soccorso, di rianimazione cardiopolmonare (RCP) , saper utilizzare i presidi sanitari di emergenza anche sotto forma di esercitazioni pratiche.
La formazione è un obbligo imposto dall’art.11 del Regolamento del Corpo e del disposto dell’art. 7 dell’A.Q.N. 2004 dove si prevedono 12 giornate riservate all’aggiornamento professionale. Anche qui abbiamo il riferimento normativo ma non si riesce ad attuarlo.
Concludo con un invito alle autorità amministrative locali a farsi promotrici di un progetto che parta dall’impatto che un suicidio o un evento critico ha sul personale coinvolto, questo ha un peso psicologico ed emotivo che non può essere trascurato.
Per tale motivo le indicazioni generali segnalano la necessità di una attività di rielaborazione e sostegno per il personale interessato, congiuntamente tra parte sanitaria e penitenziaria più conosciuto come debriefing.
Monitorare e verificare periodicamente lo stato psicologico del singolo operatore di Polizia Penitenziaria per fornirgli una forma di ausilio e sostegno nei casi in cui si manifestino sintomi di disagio e di disadattamento. È l’obiettivo che si sono prefissati il Provveditorato Regionale del Lazio, Abruzzo e Molise, per conto del Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, e l’Ordine degli Psicologi del Lazio con il protocollo d’intesa firmato qualche giorno fa.
L’accordo intende promuovere il benessere organizzativo degli operatori penitenziari e le misure di contrasto del disagio all’interno del contesto lavorativo, al fine di migliorare nel complesso le condizioni di lavoro del personale che svolge le sue mansioni quotidianamente in istituto.
Allora ben vengano queste importanti iniziative per la Polizia Penitenziaria che detiene, purtroppo, il primato del più alto tasso di suicidi tra tutte le forze dell’ordine, e se vogliamo che il pianeta carcere cambi in positivo dobbiamo concretizzare e passare dalla fase dello studio alla realizzazione e, vi assicuro, come dirigente nazionale del SAPPe,  che la Liguria penitenziaria (così come il resto d’Italia) ne sente davvero la necessità.

Michele LORENZO – Segretario Nazionale Sappe

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