Si lamenta chi non si accontenta

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“Si lamenta chi non si accontenta” non è uno slogan pubblicitario ma un appello a non demordere e a continuare a credere nel cambiamento
Sarà capitato anche a voi di sentirvi dire che siete dei lagnosi?
“Che hai da lamentarti tu che hai il posto statale e lo stipendio tutti i mesi? La malattia  e le ferie pagate, i permessi e anche le ore per studiare?”
Sì è vero, stiamo sempre a lamentarci, ed è chiaro che al giorno d’oggi, in Italia, chi ha la fortuna di avere un posto a tempo indeterminato e che può avere la serenità data da uno stipendio sicuro e puntuale deve solo che esserne felice ma è anche vero che questo posto non ce lo ha regalato nessuno, ci siamo impegnati a studiare; a superare i quiz prima e gli accertamenti medici poi; abbiamo affrontato un corso e dei tirocini fino ad arrivare nelle sedi di assegnazione. Perciò che c’è di male a far presente che ci sono delle cose che non vanno? Siccome il 23 di ogni mese arriva un bel bonifico significa che dobbiamo accettare tutto come soldatini?
Non siamo neanche un Corpo ad ordinamento militare! Siamo in un paese libero ed è un nostro diritto oltre ad un dovere lamentare le nostre condizioni e protestare affinché ci possano essere miglioramenti.
A cominciare dalla mancanza di fondi per poi andare  agli arretrati che ci spettano e che non arrivano mai; per non parlare delle dotazioni scadenti; i turni infiniti; gli ambienti lavorativi spesso non a norma; le mense ai limiti della decenza; le misere tute di servizio; gli anfibi che si spaccano dopo dieci passi e chi più ne ha più ne metta. E non sono lamentele spinte da uno spirito disfattista, non si parla con l’intenzione di screditare la nostra amministrazione ma spinti da un desiderio di cambiamento e dal senso della giustizia.
Se nessuno si lamentasse non ci sarebbe speranza di cambiamento.
Spesso anche i social vengono usati come mezzo per denunciare le condizioni in cui vessa la Polizia Penitenziaria al giorno d’oggi e questo è indice di come il personale sia ormai spinto al limite e cerca sfogo e approvazione in un mondo virtuale dato che non riesce a trovare ascolto in quello lavorativo. E la risposta a tali manifestazioni di malcontento, a volte proprio da parte di colleghi, è il consiglio di lavare i panni sporchi in casa propria per non screditare il Corpo agli occhi del mondo esterno. Chiaramente è giusto non rivelare informazioni riservate e dati sensibili come ci viene esplicitamente comandato dalla nostra amministrazione, ma al contempo credo sia giusto farci sentire anche con mezzi più attuali, senza lasciare niente di intentato.
Ci vorrà tempo? Servono fondi che non ci sono? Va bene, ma continueremo a chiedere, a denunciare e a lagnarci perché stare zitti poiché stipendiati è menefreghismo.
Dobbiamo invece farlo per noi stessi e per tutti i colleghi che devono ancora arruolarsi.
E’ certamente fastidioso sentire i lamenti e uno studio dimostra che ascoltare il malcontento altrui crea dei danni ai neuroni, ma la cosa seccante e davvero dannosa, a mio avviso, è sentire chi si lamenta in modo sterile, senza mettere in pratica nessun metodo per poter cambiare le cose; chi parla ma non scrive; chi sa che ci sono ingiustizie e non le fa presenti ai superiori; chi aspetta sempre che si faccia avanti qualcun altro; chi non vuole metterci la faccia ma spera sempre di godere dei benefici ottenuti per merito di altri che a costo di mettersi in cattiva luce e di passare per molesti si fanno sempre avanti.
Con un computer connesso ad internet possiamo aprire un conto corrente, fare la spesa, prenotare visite mediche e ordinare la cena.
Questo progresso, la tecnologia stessa della quale usufruiamo quotidianamente sono il frutto delle lamentele di qualcuno che invece di piangersi addosso o di accontentarsi di quello che ha, si è impegnato per trovare una soluzione e creare una comodità che prima non c’era e dalla quale trae vantaggio l’intera comunità.
L’uomo è per natura insoddisfatto ma questo lo ha portato ad evolversi, a cambiare, a trovare i rimedi e a non darsi mai per vinto. E per rispetto di tutti coloro che si sono battuti, che hanno perso la vita o che hanno rischiato di perderla per far valere i proprio diritti, quelli che oggi diamo per scontati, per loro e per il bene di tutti coloro che verranno dopo di noi dovremmo smettere di pensare al nostro piccolo orticello, dovremmo finirla di dire “Ma sì, chi se ne frega!”. Dovremmo anzi fare gruppo, esternare le difficoltà e farle presenti, denunciare tutto quello che di sbagliato c’è, farci sentire.
Non dobbiamo rassegnarci, perché se come ho detto più volte, siamo un corpo che non è riconosciuto e senza riconoscimenti, dobbiamo impegnarci per non essere più così.
Il cambiamento ha inizio nelle piccole cose, ed anche se mi dispiace scomodare una Santa devo dire che Madre Teresa di Calcutta ha creato una citazione davvero appropriata: “Sappiamo bene che ciò che facciamo non è che una goccia nell’oceano. Ma se questa goccia non ci fosse, all’oceano mancherebbe”.
L’oceano, cari colleghi, è fatto di gocce e ognuna ha il suo ruolo e la sua importanza.
Perciò continuate ad essere fastidiosi: personalmente o tramite i sindacati; seguendo la via gerarchica fate presente ciò che deve essere cambiato e se non è sufficiente continuate a risalire la china fin dove è necessario, fino ad arrivare anche al Capo del Dipartimento se è inevitabile ma non arrendetevi mai e credeteci sempre.

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Chiara Sonia Amodeo

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