Sovraffollamento carceri e stranieri detenuti: problemi europei in attesa di rapide soluzioni

Sovraffollamento carceri e il numero dei detenuti in Italia torna a livelli allarmanti, come confermano le 60.348 presenze attestate al 28 febbraio scorso. In questo contesto, assume preoccupante evidenza il numero degli stranieri ristretti, oggi ben oltre quota ventimila (20.325): dato, quest’ultimo, che deve fare seriamente riflettere sulle ricadute dell’attuale grande fenomeno migratorio, nelle sue cause prossime e remote, in quelle palesi ed occulte, in quelle subìte e volute.
Avvertire che l’accoglienza sregolata danneggia tutti non vuol dire negare che si debba dare ad ogni uomo quanto gli è dovuto in quanto uomo, ma al contrario permettere una vera giustizia nei confronti di tutti. Bisogna tenere presenti quelli che emigrano perché costretti, quelli che emigrano perché attirati e dolosamente illusi, quelli che vengono sfruttati da organizzazioni criminose. E non si deve avere paura di dire che l’immigrazione illegale su vasta scala che interessa l’Italia in Europa, soprattutto dal 2013, attraverso le rotte del Nord Africa e della Turchia rappresenta un fenomeno di portata storica non solo per l’entità dei flussi migratori illeciti ma anche e forse soprattutto per il supporto che, direttamente e indirettamente, questi traffici ricevono in Occidente da quanti cercano di interpretare come un problema umanitario quello che è in realtà un grave problema di sicurezza e una minaccia alla stabilità della nazione.
L’accoglienza indiscriminata praticata negli ultimi anni è stata riservata, spessissimo, non a popoli e persone oppressi da guerre e persecuzioni ma semplicemente a chiunque paghi trafficanti per raggiungere l’Europa, nell’illusione di trovare un Eldorado a portata di mano. Altrettanto oggettivo è rilevare che i risultati di questa accoglienza sregolata hanno determinato, e determinano, un coinvolgimento di stranieri nelle attività delinquenziali e criminali in Italia e, quindi, un’alta loro presenza tra i detenuti ristretti in Italia. Che comportano, a ricaduta, anche altri problemi, come quelli della radicalizzazione violenta e del proselitismo fondamentalismo islamico all’interno degli istituti penitenziari.

Sovraffollamento carceri: il caso francese

Problemi, questi, non solamente italiani, ma di portata europea. Ha infatti avuto grande eco, anche in Italia, quel che è avvenuto in Francia a inizio marzo.
Nel carcere di Condé-sur-Sarthe, nella regione dell’Orne in Normandia, un detenuto ha aggredito, con la complicità della compagna ammessa a colloquio, due sorveglianti con un coltello in ceramica. Per 9 ore, la coppia si era asserragliata nella struttura, prima di un blitz delle teste di cuoio durante il quale la donna è rimasta uccisa. Il detenuto, 27 anni, condannato per reati di sangue a 30 anni di reclusione e a un anno per apologia pubblica di atto terroristico, si era barricato con la sua compagna all’interno dell’Unità “Vita familiare” della struttura, dove i detenuti possono trascorrere del tempo con i coniugi, dichiarando di avere una cintura esplosiva, come ha riportato l’Agenzia di stampa France Info. Per il Ministro della Giustizia francese, Nicole Belloubet, «non ci sono dubbi sul carattere terroristico di questo attacco».
Una dei feriti ha raccontato che la donna (che si diceva incinta) ha finto di sentirsi male provocando così l’ingresso dei due agenti, che poi ha aggredito aiutando il marito nel suo piano. I due colleghi sono rimasti gravemente feriti: uno è stato colpito al torace ed è stato sottoposto ad un intervento chirurgico, l’altro al viso, alla mascella e alla schiena. Prima di colpire i due sorveglianti il detenuto avrebbe gridato “Allah Akbar”. Secondo quanto comunicato dal ministro della giustizia, il 27enne sarebbe uscito di prigione solo nel 2038 mentre fonti della polizia hanno riferito a Le Monde che l’uomo si era radicalizzato in prigione ed era stato condannato ad un altro anno per apologia pubblica di atto terroristico. Il detenuto era stato individuato come radicalizzato nel 2010 e in Francia, a seguito di questo grave episodio (l’ultimo in ordine di tempo di una serie di eventi critici tra le sbarre di cui si sono resi protagonisti integralisti islamici), è esploso con veemenza il dibattito sulla porosità del sistema penitenziario rispetto al virus jihadista (Leggi La radicalizzazione jiadista in carcere un rischio anche per l’Italia).
Convocata dal Parlamento, Nicole Belloubet, ministra francese della Giustizia, ha promesso più indumenti protettivi per i sorveglianti e risorse per correggere le disfunzioni in un sistema penitenziario additato dalle agenzie internazionali anche per i tassi di sovrappopolazione carceraria che complicano quotidianamente il lavoro del personale. Come la polizia e i vigili del fuoco, infatti, i sorveglianti delle carceri francesi vivono in un clima permanente di violenza e paura e la loro esasperazione cresce, fino ad arrivare alle clamorose protese che nel 2018 portano gli agenti francesi allo sciopero.
Allora, in meno di dieci giorni, un certo numero di sorvegliati che prestavano servizio in varie carceri del paese era stato aggredito e ferito, soprattutto da islamisti reclusi per reati di terrorismo o da piccoli criminali che hanno intrapreso la strada della radicalizzazione.
In risposta, gli agenti bloccarono l’ordinario funzionamento della maggior parte delle prigioni. “Ciò che gli agenti stanno esprimendo è la loro sensazione di abbandono”, ha scritto il quotidiano Le Monde.
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Come rilevò in un articolo per il Gatestone Institute Yves Mamou, che ha lavorato per vent’anni come giornalista per il quotidiano d’Oltralpe Le Monde, lo sciopero degli agenti penitenziari è stato “un sintomatico esempio delle conseguenze di politiche inadeguate che sono state perseguite fino ad oggi in materia penale e carceraria. Gli agenti non sono più disposti a tollerare la violenza e di rischiare la vita per mano degli islamisti e di altri radicali che li minacciano mentre svolgono il loro lavoro in carcere. Anziché ritenere che l’islamismo abbia cambiato sostanzialmente la questione della politica penale e carceraria, il ministero della Giustizia continua a pensare che i problemi maggiori siano il sovraffollamento nelle carceri e le pessime condizioni carcerarie”.
Ovviamente, tali problemi sono importanti, ma l’inerzia amministrativa, unitamente alla negazione politica permanente del fatto che gli islamisti sono in guerra in Francia, impedisce ai politici e ai funzionari pubblici di vedere il carattere distruttivo dell’islamismo nelle prigioni. Invece di rivedere tutte le politiche carcerarie tenendo conto del rischio islamista – il rischio che gli agenti penitenziari vengano uccisi e che i detenuti musulmani, i quali costituiscono la maggioranza dei 70 mila prigionieri islamici, si trasformino in autentici jihadisti – il governo cerca di compare la pace degli agenti con qualche aumento di stipendio e con degli «esperimenti volti a ‘reintegrare’ gli islamisti in una ‘vita normale’ nella ‘società normale’». Invece di capire che i famosi centri di deradicalizzazione – spesso ospitati in castelli medievali convertiti – non si sono rivelati utili perché la deradicalizzazione non ha avuto luogo, i decisori politici francesi continuano a pensare che la soluzione alla guerra islamista sia l‘appeasement, ossia una politica di acquiescenza nei loro confronti.
I loro nuovi esperimenti vanno tutti nella stessa direzione: perseguire l’illusione che

“se siamo gentili con i jihadisti, questi ultimi saranno gentili con noi”.

La situazione risulta bloccata a causa del rifiuto di formulare il problema su una base fattuale. Finché i decisori politici non considereranno l’islamismo come il principale problema della politica carceraria, gli agenti penitenziari francesi continueranno a pagare con le loro sofferenze e forse anche con la loro stessa vita.
“E dopo gli agenti delle carceri, saremo noi”, ha concluso il suo articolo Mamou. “Entro il 2020, infatti, il 60 per cento dei jihadisti detenuti nelle carceri uscirà dai penitenziari. Ovvero, in meno di due anni…”.
E non sono solamente Italia e Francia ad avere un numero sproporzionato di stranieri in carcere. Soeren Kern, senior fellow al Gatestone Institute di New York, ha recentemente curato un approfondimento dal quale è emerso che il numero dei detenuti stranieri nelle carceri tedesche ha raggiunto livelli record, come rilevato da una recente inchiesta condotta sul sistema penitenziario dei 16 Stati federati tedeschi (Länder). A Berlino e Amburgo, ad esempio, oltre il 50 per cento dei reclusi è di origine straniera, secondo il reportage, che ha anche rivelato un aumento del numero degli islamisti nel sistema carcerario tedesco. I dati, raccolti dal quotidiano Rheinisch Post, mostrano che il forte aumento di detenuti stranieri è iniziato nel 2015, quando la cancelliera Angela Merkel permise a più di un milione di migranti per lo più incontrollati e provenienti dall’Africa, Asia e dal Medio Oriente di entrare nel paese. Secondo il giornale, tutti i Länder tedeschi hanno registrato negli ultimi tre-cinque anni un “fortissimo aumento” di detenuti stranieri e apolidi, sebbene sia difficile da calcolare il loro numero complessivo a livello nazionale a causa delle differenze nel modo in cui gli Stati federati elaborano le statistiche.
Dal 2016, ad esempio, negli Stati federati occidentali la percentuale dei detenuti stranieri è passata ad Amburgo dal 55 per cento al 61 per cento; a Berlino, dal 43 al 51 per cento; nel Baden-Württemberg, dal 44 al 48 per cento; a Brema, dal 35 al 41 per cento; nel Nord Reno-Westfalia, dal 33 al 36 per cento; nello Schleswig-Holstein, dal 28 al 34 per cento; nella Bassa Sassonia, dal 29 al 33 per cento; in Renania-Palatinato, dal 26 al 30 per cento; nel Saarland, dal 24 al 27 per cento. In Assia, la percentuale è cresciuta leggermente dal 44,1 per cento di tre anni fa al 44,6 per cento di oggi.
In Baviera, la percentuale è aumentata attestandosi al 45 per cento, rispetto al 31 per cento nel 2012. Lo stesso fenomeno si riscontra negli Stati federati orientali. In Sassonia, il numero dei detenuti di origine straniera è più che raddoppiato dal 2016. La maggior parte di tali reclusi arriva dalla Polonia, dalla Tunisia, dalla Libia, dalla Repubblica ceca e dalla Georgia.
Il Meclemburgo-Pomerania Anteriore conta ora 160 detenuti stranieri provenienti da 66 paesi diversi.
Come in Italia e Francia, anche le autorità tedesche hanno segnalato un aumento del numero di musulmani presenti nelle carceri tedesche. La percentuale dei musulmani reclusi è ora nettamente superiore alla loro quota di popolazione totale.
Un articolo del Berliner Morgenpost titolato “Il tedesco diventa una lingua straniera in molte carceri” spiega che il crescente numero di conflitti tra gli agenti penitenziari tedeschi e i detenuti stranieri è dovuto alle barriere linguistiche. “L’esigenza di corsi di lingua e servizi di interpretariato è in aumento e la capacità di confrontarsi con altre culture è necessaria”, ha dichiarato Dieter Lauinger, ministro della Giustizia della Turingia. Le autorità tedesche segnalano inoltre aggressioni al personale penitenziario da parte dei detenuti.
Il Sindacato della Polizia Penitenziaria (Bund der Strafvollzugsbediensteten Deutschlands, BSBD) ha registrato 550 “episodi speciali”, nel 2017.
Nel Nord Reno-Westfalia, ad esempio, dal 2016 il numero di tali aggressioni è più che raddoppiato.
In conclusione, è del tutto evidente che quelli del sovraffollamento penitenziario e dell’alta presenza di stranieri tra i detenuti non sono problemi solamente italiani ma, come abbiamo visto, europei. E, per tanto, le istituzioni europee devono farsi concretamente carico di questi problemi: favorendo e impegnando gli Stati membri ad Accordi bilaterali che prevedano l’espulsione degli stranieri detenuti per far scontare loro nelle carceri del Paese di appartenenza la pena inflitta. Ma anche stanziando rapidamente adeguati fondi europei per la formazione e l’aggiornamento professionale del personale di Polizia Penitenziaria e degli altri Stati membri, utili in primis all’apprendimento delle lingue (francese, inglese, arabo) necessarie a relazionarsi con gli stranieri ristretti nelle carceri di tutta Europa.

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Informazioni sull'autore

Roberto Martinelli

Nato a Genova il 29 maggio 1968 Vice Ispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in scienze dell’educazione. Giornalista pubblicista. Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Consigliere Nazionale dell’Anppe Responsabile dell’Ufficio Stampa della Segreteria Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE. Consigliere Nazionale e Componente del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari.

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