Storia delle carceri italiane. L’Ergastolo di Santo Stefano, ovvero l’Alcatraz italiana

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Il carcere di Santo Stefano prende nome dall’omonima piccola isola, di forma perfettamente circolare e poco meno di 500 metri di diametro, situata al largo della costa fra Lazio e Campania, in un vero e proprio sacrario naturalistico.

Geograficamente appartiene alle isole ponziane e, per giurisdizione, fa parte del comune di Ventotene, nella regione Lazio.

Il carcere

L’unico edificio presente sull’isola è il famoso, nonché temutissimo. carcere di Santo Stefano, costruito nel 1794 per volere di Ferdinando IV di Borbone, Re di Napoli.

Il motivo che spinse il monarca a intraprendere questo progetto, era di confinarvi tutti coloro che, colpevoli di reato, potessero infettare la società sana (pensiero sicuramente discutibile oggi ma, considerata l’epoca dei fatti, non era affatto arcano).

Pertanto, l’isola divenne teatro di un affliggente esperimento illuminista, i cui lavori furono eseguiti dal maggiore del Genio Civile Antonio Winspeare, su progetto dell’architetto Francesco Carpi, ispirato principi del panopticon (architettura panottica), che all’epoca si riteneva “carcere ideale”.

Il progettista si rifece ad una teoria formulata dal filosofo e giurista inglese Jeremy Bentham, secondo la quale era possibile ottenere il dominio di una mente sopra un’altra mente, tramite una adeguata struttura architettonica.

Il carcere era stato concepito per separare il più possibile i detenuti dal mondo, non solo il confino in un’isola disabitata dunque, ma una struttura architettonica che impedisse nel modo più assoluto ai carcerati anche solo di vedere il mondo che li circondava.

Nemmeno la vicinissima isola di Ventotene era loro possibile vedere; in realtà ai detenuti era impedito di vedere persino il mare, perché le finestre delle celle erano rivolte solo all’interno del cortile, tra l’altro cinto da alte mura.

controllo totale dei detenuti

Il carcere fu costruito in modo tale che il controllo sui detenuti fosse totale e costante; grazie alla sua particolare architettura, infatti, un solo carceriere era in grado di controllare tutti i detenuti, mentre la sua forma doveva incutere soggezione psicologica.

Non tutti conoscono una particolarità dell’edificio: la struttura panottica del carcere è la stessa usata per costruire il Regio Teatro San Carlo di Napoli, a parti invertite.

Infatti, la costruzione carceraria si sviluppava su tre piani di archi e loggiate ripiegati su se stessi in modo tale da rivolgere lo sguardo solo all’interno di una struttura a ferro di cavallo (una sorta di anfiteatro), al fine di far sapere al carcerato di essere costantemente controllato dalle guardie; inoltre la sua struttura a semicerchio favoriva un’eccellente acustica, tanto da consentire alle guardie di turno nella torretta centrale posta nel chiostro, di ascoltare con estrema facilità quanto dicessero i detenuti.

Il carcere aveva novantanove celle, tutte a volta, che erano precedute ciascuna da un arco che, attraverso una serie di raccordi, davano vita a due distinte sezioni: una al piano superiore che ospitava i prigionieri con lodevole condotta e un’altra al piano terra per i più turbolenti.

le rivolte

Il carcere fu teatro di numerose rivolte ed accolse personaggi di rilievo (non solo camorristi) tra i quali i fomentatori delle rivolte contro i regnanti (moti rivoluzionari di Napoli), in particolare quella del 1799 e quella dell’infausto 1848.

Nell’ottobre del 1860 ci fu un’altra violentissima rivolta, dopo che le truppe borboniche avevano abbandonato l’isola per accorrere a Capua sottoposta all’assedio delle truppe sabaude (da lì a breve la fine del Regno delle due Sicilie), allorquando i detenuti arrivarono addirittura a proclamare la Repubblica di Santo Stefano.

Dopo la proclamazione, la comunità si diede persino uno statuto e si mantenne in vita autonomamente fino a gennaio del 1861, quando un contingente della Regia Marina sbarcò sull’isola e ripristinò l’ordine e la detenzione dei reclusi.

i detenuti più famosi

Il carcere mantenne il suo ruolo anche quando il Regno delle due Sicilie fu annesso al Regno d’Italia, con l’incarceramento dei cosiddetti “capi briganti”; tra i più noti: Carmine Crocco e i gli anarchici come Gaetano Bresci, autore dell’assassinio del re Umberto I di Savoia. Quest’ultimo ebbe vita breve, infatti venne rinvenuto morto impiccato nella sua cella in circostanze mai del tutto chiarite.

Quelli furono anni terribili, forse i peggiori della storia del carcere …  i prigionieri morivano sotto gli occhi fugaci delle guardie, detenuti scomodi sparivano nel nulla, e si faceva ricorso a sevizie di ogni genere per estorcere confessioni. Per lo più, confessioni di comodo rese ai loro aguzzini solo per porre fine alle torture.

Il periodo fascista non fece altro che alimentare con nuove atrocità questa dura realtà a cui andarono incontro uomini definiti “scomodi”, come Umberto Terracini, Mauro Scoccimarro e Rocco Pugliese.

Altri detenuti celebri hanno dovuto varcare la soglia di questo penitenziario, tra i tanti si annoverano: il futuro Presidente della Repubblica Sandro Pertini,  Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.

il manifesto di ventotene

Proprio a questi ultimi due si deve la redazione del cosiddetto Manifesto di Ventotene che, nel 1941, in pieno conflitto mondiale, chiedeva l’unione dei paesi europei e costituì, negli anni successivi, il riferimento ideale a cui guardarono in tanti per il processo di integrazione continentale.

Di fatto, possiamo dire, senza ombra di dubbio, che grazie al loro pensiero… qui è nata l’Unione Europea.

Il carcere di Santo Stefano rimase in funzione anche dopo la seconda guerra mondiale, anche se solo e soltanto come carcere per detenuti comuni.

Soltanto il 25 febbraio del 1965 la struttura venne definitivamente chiusa e, ahimè, …da allora giace in totale stato di abbandono.

Felice terra la nostra. Tesori da (ri)scoprire. Tesori da preservare.

di Antonio Montuori

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