Stranieri in carcere: chi sono, quanti sono e quali reati hanno commesso

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Vi è stata, negli ultimi tempi, una recrudescenza di fatti di cronaca nera che hanno visto come protagonisti degli stranieri presenti, piò o meno legalmente, nel nostro Paese.

Merita allora, a mio avviso, un approfondimento la conoscenza delle caratteristiche che contraddistinguono la popolazione detenuta straniera in Italia.

Dagli ultimi dati riferiti alle presenze nelle carceri italiane alla data del 31 maggio 2019, accertati dalla Sezione Statistica del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, emerge che sono oggi detenute in Italia 60.476 persone, 2.648 donne e 57.828 uomini.

Gli imputati sono 19.136, gli internati 314, i definitivi 40.960 mentre per 66 persone la posizione giuridica (transitoria) è da impostare.

Rispetto alla stessa data dello scorso anno le presenze sono dunque salite di 1.907 unità, essendo stato accertato che il 31 maggio 2018 erano ristrette in Italia complessivamente 58.5698 detenuti.

Interessanti i dati riferiti agli stranieri detenuti in Italia, quantificati in 20.277 presenze, pari al 34% del totale di tutta la popolazione detenuta.

Gli stranieri, a loro volta, sono 3.305 quelli provenienti da Paesi comunitari mentre 16.972 sono extracomunitari. Complessivamente, il 63,6% sconta una pena definitiva, l’1,2% sono misti senza una pena definitiva mentre tutti gli altri sono imputati (35,2%).

I primi Paesi esteri per numero di detenuti presenti negli Istituti penitenziari italiani sono Marocco (3.733 presenze), Albania (2.543), Romania (2.524), Tunisia (2.043), Nigeria (1.615), Egitto (566), Senegal (504) ed Algeria (471).

Questi, complessivamente 14.039 soggetti, rappresentano quasi il 70% delle presenze di ristretti stranieri: da tutti altri Paesi del mondo provengono i rimanenti 6.238 detenuti “esteri”.

Significativa anche la tipologia dei principali reati commessi dagli stranieri e per i quali scontano una pena in carcere: 9.299  si sono resi protagonisti di reati contro il patrimonio (furto, rapina, estorsione, sequestro di persona, truffa, appropriazione indebita, ricettazione, etc.), 7.960  di violazione delle norme del Testo unico sugli stupefacenti, 7.533 di reati contro la persona (omicidio volontario, lesini personali volontarie, violenza privata minaccia, violenze sessuali, etc.).

Significativa anche la presenza di stranieri in carcere per reati contro la pubblica amministrazione (3.394, principalmente per violenza, resistenza, oltraggio), contro la fede pubblica (1.663, principalmente falsi in atti e persone), contro l’amministrazione della giustizia (1.235), contro la famiglia (911, maltrattamenti in famiglia).

Gli stranieri in carcere si rendono spesso protagonisti, spesso più degli italiani, di numerosi eventi critici finalizzati ad alterare l’ordine e la sicurezza interna.

A fronte, infatti, di 10.423 episodi di autolesionismo verificatisi nell’anno 2018 nelle carceri italiane, ben 6.109 sono stati posti in essere da stranieri.

Anche per quanto riguarda i tentati suicidi in carcere, complessivamente 1.198, ben 600 sono quelli, sventati in tempo dal personale del Corpo di Polizia Penitenziaria, che hanno visto protagonisti detenuti stranieri. Stranieri leader anche per quanto concerne le colluttazioni (4.306 su un totale di 7.784), i ferimenti (658 su un totale di 1.159), le evasioni da permesso premio (32 su 52), i danneggiamenti di beni dell’Amministrazione penitenziaria (1.474 su un totale di 2.818) mentre è ex aequo il “primato” delle evasioni da un carcere (2 a testa, italiani e stranieri).

Gli italiani prevalgono sugli stranieri detenuti nei tentati omicidi tra le sbarre (3 su 2), nei suicidi (32 e 29) e nelle evasioni da lavoro all’esterno (9 su 14), da semilibertà (16 su 21).

E’ sintomatico che negli anni ci sia stata un’impennata dei detenuti stranieri nelle carceri italiane: si è passati dalle 3.377 presenze del 1987 alle 10.825 del 1997, per poi arrivare alle 18.252 unità del 2007 e, infine, alle 20.277 presenze attuali.

Va detto che il numero più alto i detenuti stranieri nelle carceri italiane si è contato nel periodo immediatamente post indulto: raggiunsero, infatti, le 24.954 presenze nel 2010, pari al 36,72% della allora presente popolazione detenuta, quantificata in 67.961 presenze.

Fare scontare agli stranieri condannati in Italia la pena, per una sentenza passata in giudicato, nelle carceri dei Paesi d’origine può essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia, oltre ad avere un impatto indubbiamente positivo sul costante sovraffollamento detentivo.

Il dato oggettivo è però un altro: le espulsioni di detenuti stranieri dall’Italia sono state fino ad oggi assai contenute, oserei dire impercettibili.

Quelle a titolo di sanzione sostitutiva o alternativa alla detenzione (regolamentate dall’articolo 16 del Testo unico sull’immigrazione) sono state solamente 825 nel 2018 (293 espulsi in Albania, 149 in Marocco, 96 in Tunisia, 287 in altri Paesi), 805 nel 2017 (297 espulsi in Albania, 134 in Marocco, 96 in Tunisia, 278 in altri Paesi) e 744 nel 2016 (274 espulsi in Albania, 125 in Marocco, 82 in Tunisia, 263 in altri Paesi).

C’è, da ultimo, un ulteriore serio motivo di preoccupazioni legato all’alta presenza di stranieri detenuti in Italia: quello legato al fenomeno del radicalismo islamico.

Gli ultimi dati, riferiti al 31.12.2018, ci dicono che il 58,6%  della popolazione detenuta si è dichiara “cattolica” mentre il 13,3% (ossia 7.939 persone, 7.715 stranieri e 224 italiani) “islamica”.

Ben 11.922 detenuti (dato, questo, da non trascurare ma anzi da esaminare con attenzione) non hanno dichiarato la pratica di alcuna confessione religiosa. Il che non vuol dire che sono atei o agnostici…

Proprio per consentire al personale di Polizia un efficace monitoraggio, il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria ha chiesto, nel tempo, maggiori risorse per fronteggiare il fenomeno del radicalismo islamico.

Come ha infatti ricordato il Segretario Generale Donato Capece nella sua relazione al XXXII Consiglio Nazionale del SAPPE, svoltisi a Palermo lo scorso maggio, i Baschi Azzurri del Corpo sono quotidianamente impegnati sulla trincea del fenomeno del radicalismo islamico.

Ha parlato di trincea non a caso perché il carcere, in molte situazioni, lo è, ma rispetto al fenomeno dell’integralismo islamico può anche diventare, con le sue donne e i suoi uomini, un vero e proprio rimedio atto ad impedire diffusione e mortalità!

È vero infatti che i fenomeni di radicalizzazione carceraria sono casistiche, per fortuna, ancora non diffuse nelle nostre strutture come accade in altri Paesi europei, ad esempio la Francia. Tuttavia, si registrano numerose segnalazioni di detenuti che durante la loro permanenza dietro le sbarre si radicalizzano, fanno proselitismo, vengono trovati in possesso di materiale propagandistico.

Il rischio è che la situazione possa divenire allarmante e che il fenomeno jihadista possa “alimentarsi” tra le sbarre, anche perché la religiosa islamica non è strutturata in gerarchie e chiunque abbia un certo carisma può proclamarsi Imam. E tende a farlo perché questo consente, come ha scritto Francesco Marone, ricercatore dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale e autore, insieme a Marco Olimpi, dello studio sulla Radicalizzazione Jihadista nelle Prigioni Italiane, di «per avere diritto a professare in una lingua che la maggior parte degli agenti di Polizia Penitenziaria non conoscono».

Per altro, secondo il prof. Paolo Branca, islamologo presso l’Università Cattolica di Milano: “è sufficiente che un detenuto ne sappia un po’ più degli altri per diventare guida; nel momento in cui poi riesce a intercettare i sensi di colpa di altri detenuti che non sentono redenzione nella pena carceraria allora si presenta il potenziale problema.

Del resto, vengono segnalati soggetti che si fanno arrestare appositamente per andare a radicalizzare altri detenuti nei penitenziari”.

Servono con urgenza, dunque, efficaci strumenti di contrasto, tra i quali prioritaria è la pressante esigenza di formare alla conoscenza delle lingue straniere, inglese francese arabo in primis, il personale di Polizia Penitenziaria: ciò può essere estremamente utile a monitorare e a percepire i processi di iniziazione ai fenomeni di radicalizzazione.

Capece, nel suo intervento a Palermo, lo ha detto con estrema chiarezza: la Polizia Penitenziaria deve essere vista per quello che è, ossia una unità di élite di intelligence. E come unità di intelligence è, obtorto collo, infiltrata nelle zone d’ombra sociali, quali appunto il carcere. In ragione di ciò, si trova nella peculiare posizione di acquisire informazioni e fornire chiavi di lettura essenziali a sgominare organizzazioni estremamente sanguinarie che possono attentare alla sacralità della vita dei nostri concittadini e del nostro modello di sviluppo.

Per ridurre, invece, l’alto numero di presenze stranieri detenute in Italia serve una efficace iniziativa politica e diplomatica, anche prevedendo di destinare ai Paesi esteri la somma corrispondente al mantenimento di un detenuto in Italia (140/180 euro al giorno).

Fare scontare agli immigrati, condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile, la pena nelle carceri dei Paesi d’origine, come da tempo denuncia il SAPPE, può anche essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia.

Il dato oggettivo è però un altro: le espulsioni di detenuti stranieri dall’Italia sono state fino ad oggi assai contenute, oserei dire impercettibili come abbiamo visto, perché probabilmente questi Paesi non vogliono il rientro in patria di migliaia e migliaia di loro connazionali con gravi precedenti penali.

Ma una soluzione deve essere trovata, perché non può il nostro Paese continuare a pagare lo scotto di una consistenza presenza di stranieri tra la popolazione detenuta, con tutto quello che questo comporta.

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About Author

Roberto Martinelli

Nato a Genova il 29 maggio 1968 Vice Ispettore del Corpo di Polizia Penitenziaria. Laureato in scienze dell’educazione. Giornalista pubblicista. Cavaliere dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Segretario Generale Aggiunto del Sappe e Consigliere Nazionale dell’Anppe Responsabile dell’Ufficio Stampa della Segreteria Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria SAPPE. Consigliere Nazionale e Componente del Comitato Scientifico dell’Accademia Europea Studi Penitenziari.

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