Subito misure sul sovraffollamento delle carceri. Senza illudere con amnistia o indulto

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Nell’incubo collettivo che stiamo vivendo, la situazione delle carceri – drammaticamente esplosa – continua a rimanere incandescente. E richiede interventi urgenti. Immediati: perché è giusto e per la sicurezza – intesa anche come tutela della salute – degli agenti di polizia penitenziaria e di chi lavora negli istituti di pena. Per quella delle persone detenute. E quindi per la sicurezza di tutta la collettività. Ma anche proprio per evitare che filiere di organizzazioni criminali possano spadroneggiare all’interno delle carceri, soffiando sul fuoco, “guidando” rivolte, come è possibile sia avvenuto. Occorre togliere loro il brodo di coltura nel quale rabbia, mancanza di dignità, disperazione, sovraffollamento sono la miccia perennemente accesa.

È evidente, non da oggi, come l’attuale guida del Dap non abbia garantito come sarebbe stato necessario la tenuta del sistema. Che però, va detto, ha problemi strutturali, aggravati negli ultimi due anni. Cambiare la guida del Dap si può fare. Probabilmente sì dovrà. ( E intanto magari si riempia subito la casella vacante del vicecapo). Ma brandire la richiesta di “teste” come fanno le forze della destra forcaiola senza mettere in discussione le cause strutturali è semplicemente ipocrisia.

Da chi dirige il Dipartimento ci aspettiamo, innanzitutto, parole chiare su cosa sia successo. Sul perché la catena di comando non abbia funzionato. Se e quali sono state le sottovalutazioni e le responsabilità di queste. E parole di garanzia sulle misure per evitare il ripetersi di violenze, devastazioni, atti criminali, fughe ed evasioni.

Abbiamo oggi la certezza che immagini allucinanti come quelle nel carcere di Foggia o in qualunque altro non si vedano più?  E sarà giusto anche trarre le conseguenze ed adottare misure per restituire autorevolezza ed efficacia alla catena di comando. Il cui vertice è anche il riferimento delle donne e degli uomini della polizia penitenziaria, che ogni giorno lavorano in condizioni difficilissime.

Occorrono al più presto misure contro il sovraffollamento. Subito. Anche per l’emergenza e la prevenzione sanitaria. Se ci fosse bisogno, Dio non voglia, di mettere in quarantena detenuti a tutela di se stessi, della popolazione carceraria, degli agenti di custodia, dove sarebbero gli spazi? Muoversi subito, dunque, per attuare al meglio i protocolli di sicurezza.

Chi agita il tema di provvedimenti come amnistia e indulto ( mi riferisco a chi lo fa in buona fede) a nostro parere sbaglia due volte. La prima, perché si creano illusioni, aspettative destinare a alimentare pericolosamente delusioni, frustrazioni, ulteriore rabbia. La seconda, perché i provvedimenti potrebbero ipoteticamente riguardare migliaia e migliaia di persone, tanta parte delle quali priva di relazioni, residenza, domicilio, occasioni di lavoro. Una bomba sociale, aggravata dal periodo di emergenza sanitaria che stiamo vivendo. Una bomba che, tra l’altro – per il solo essere maldestramente evocata  – sta dando fiato in queste ore ai fautori del “buttiamo via la chiave”.

Ma altri provvedimenti immediati si possono adottare. Li decida il ministro Bonafede, condividendoli con la cabina di regia operativa – della quale fa parte anche il Garante dei detenuti Palma – istituita accogliendo la proposta del Pd.

Mentre si adottano misure nei confronti dei veri responsabili dei disordini e delle azioni criminali, si potrebbe consentire ai detenuti in semilibertà che escono per andare al lavoro di dormire al domicilio. Così come si potrebbe tenere conto della buona condotta e delle relative relazioni di Direttori e magistrati di sorveglianza per far scontare ai domiciliari gli ultimi mesi di coloro che sono nell’imminenza del fine pena. Si potrebbe intensificare subito l’utilizzo dei braccialetti elettronici. Sono ipotesi di lavoro da verificare e decidere. Insieme ad altre. Potrebbero allentare la tensione, liberare spazi oggi oltre il limite dell’umano.  Dare risposte alla stragrande maggioranza della popolazione carceraria che non ha partecipato ai disordini e alle devastazioni. Sono stati giustamente sospesi i colloqui, ma è necessario garantire effettivamente ( non solo con circolari burocratiche, ma con il dialogo, l’informazione) più telefonate, più collegamenti Skype. E insieme a questo, subito più agenti, più psicologi, più mediatori culturali. E magari si nominino direttori effettivi e a tempo pieno nelle decine di istituti in cui dirigono  “a scavalco”.

Ecco, dopo le rivolte, le morti, le devastazioni, nessuno deve dire “siamo tornati alla normalità” se normalità significa migliaia di persone in più della capienza, persone ammassate in pochi metri quadrati. Per questo ieri in Parlamento abbiamo letto un brano della “fotografia “ cruda fattaci da Luigi Manconi in questi giorni.

Oltre il dramma dell’emergenza sanitaria, il tema di una pena certa, ma tesa alla rieducazione e al reinserimento nella società va riproposto, rilanciato e attuato. Pene alternative per reati di non grave allarme sociale, messa alla prova, detenzione in carceri nelle quali si rispetti la dignità sono questioni non più eludibili. Investire in umanità non è solo un dovere costituzionale e di civiltà. Significa anche investire nella sicurezza di tutti: chi esce da una pena con un trattamento adeguato, con un diploma in mano, con un lavoro appreso, ha pagato il suo debito con la società e difficilmente torna a delinquere.

Fonte huffingtonpost.it

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