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Trento: rivolta in carcere, gli indagati sono 30

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Contestati danneggiamento, violenza a pubblico ufficiale e sequestro di persona. Caccia ai “capi” Trasferiti 49 detenuti. Eseguita l’autopsia sul giovane suicida. Danni al vaglio, aree ancora senza luce. Sono trenta gli indagati per la rivolta di sabato scorso nel carcere di Spini di Gardolo. Si indaga per danneggiamento, violenza a pubblico ufficiale e sequestro di persona. Finora sono 49 i detenuti trasferiti in altre strutture, mentre si contano i danni: sono stati distrutti cinque “bracci” su otto. Alcune aree sono ancora senza luce.
Si temevano nuove rivolte, altri danni. I detenuti poche volte credono alle promesse, fa parte del loro vissuto. Ma non saranno solo promesse, hanno garantito il nuovo commissario del governo Sandro Lombardi e il questore Giuseppe Garramone che sabato dopo sei ore di trattative sono riusciti a sedare la rivolta.
A Spini di Gardolo è tornata la calma, almeno per ora, il Natale è passato anche per loro, i reclusi, ma la sommossa, che ha coinvolto duecento detenuti ha lasciato il segno e ci sarà chi pagherà per quanto accaduto. C’è di dovrà rispondere della devastazione. Sono stati distrutti cinque “bracci” su otto, alcuni sono pesantemente danneggiati altri un po’ meno, sono 49 i detenuti trasferiti fino ad ora.
La Procura da sabato sta lavorando senza sosta e ha già identificato una trentina di detenuti, perlopiù di origini tunisine, che sono indagati per danneggiamento aggravato, violenza e minaccia a pubblico ufficiale pluriaggravata, incendio e sequestro di persona. Nel corso della sommossa, quando gli animi erano più surriscaldati e la tensione era alle stelle, alcuni detenuti avrebbero rinchiuso in lavanderia un dipendente impedendogli di uscire da locale. Poi ci sono gli agenti feriti. I detenuti rischiano pene pesanti. Ancora non si sa di preciso chi ha fomentato la rivolta, ma al vaglio della Procura ci sono tre, quattro nomi.

L’allarme era scattato nelle prime ore del mattino, poco dopo le otto, quando nel penitenziario si era diffusa la notizia della morte di Sabri El Adibi, il trentaduenne di origini tunisine che si è tolto la vita nella notte tra venerdì e sabato nella sua cella. Un gesto estremo a pochi mesi dalla libertà. La tragedia ha acceso gli animi dei detenuti. Sono stati alcuni connazionali, secondo una prima ricostruzione, a iniziare la sommossa che in pochi istanti ha coinvolto tutti gli altri.
È partita dal terzo piano, con piccoli focolai accesi, materassi e suppellettili dati alle fiamme, poi i detenuti hanno alzato il tiro. I danni sono ingentissimi e per il Dipartimento dell’amministrazione finanziaria serviranno mesi per rimettere tutto a posto.
Ci sono aree ancora senza luce, servono risorse e tante. È difficile per ora fare una stima dei danni, ma sono molto ingenti. Nei prossimi giorni verrà ultimato l’inventario. Ma non sono solo i danni materiali a preoccupare, la sommossa di sabato ha lasciato segni indelebili, una ferita aperta anche tra chi opera all’interno della struttura, a partire dalla polizia penitenziaria. “Ci sono stati agenti minacciati e feriti” denuncia il sindacato. La nuova sommossa inoltre apre nuovi interrogativi.
Proprio la vigilia della sommossa la Provincia aveva deliberato di incaricare l’Osservatorio permanente sulla sanità penitenziaria di predisporre le linee di indirizzo provinciale per la prevenzione del rischio di suicidio rinviando l’approvazione del piano provinciale.
Nel frattempo proseguono le indagini anche sulla morte del tunisino, la Procura sta aspettando gli esiti dell’autopsia eseguita la vigilia di Natale. Non ci sembrano esserci dubbi sulla causa della morte, ma la Procura, che ha affidato l’incarico alla dottoressa Alessandra De Salvia dell’Istituto di medicina legale del policlinico di Borgo Roma, ha chiesto approfondimenti per valutare l’eventuale assunzione di stupefacenti.

Fonte: corriere del Trentino

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