Tutti si sentono in diritto di dire la loro sul carcere. Anche chi non sa proprio di cosa parla

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Tutti noi fantastichiamo su cosa faranno i nostri figli da grandi, che carriera sceglieranno di intraprendere e speriamo che faranno una scelta che possa renderli soddisfatti e appagati ma soprattutto ci aspettiamo che la scuola compia al meglio il proprio lavoro e che offra ai nostri pargoli una preparazione che possa consentirgli di affrontare una scelta consapevole e sicura una volta affacciati sul mondo del lavoro. E’ per questo che la maggior parte degli istituti superiori, ritaglia del tempo per ospitare nelle proprie sedi dei convegni e degli incontri con personaggi di rilievo, artisti oppure con i detenuti. Esatto, avete capito bene. In vari istituti superiori di Roma viene pubblicizzato e promosso lo spettacolo teatrale “Famiglia” diretto dalla regista Valentina Esposito che vede tra le fila dei suoi attori detenuti ed ex ristretti che in queste occasioni possono essere intervistati dagli studenti per parlare dell’importanza delle attività trattamentali in carcere.

Ciò che di assurdo c’è in questa vicenda non è il contatto con degli ex e non ex detenuti che anzi hanno esposto come sia giusto che chi sbaglia paghi, come sia duro vivere lontano dai propri affetti, l’essere limitati in tante attività che prima della detenzione erano vissute in maniera superficiale e scontata; hanno parlato dell’importanza del lavoro in carcere, dell’impegno e della costanza. Insomma tutti concetti sicuramente condivisibili, validi e d’impatto soprattutto perché esposti a ragazzi che si stanno avvicinando alla maggiore età e quindi proiettati verso una vita da adulti con responsabilità maggiori.

Quello che proprio non doveva accadere e che la regista parlasse di quanto il sistema penitenziario sia al collasso ed esattamente esprimendosi con questi termini: “ …In carcere si soffre eh (…) Si sta insieme in stanze piccolissime (…) si ha un cesso solo per sette persone e pure aperto perché la guardia ti deve vedere; non c’è assistenza sanitaria; non hai la possibilità di vedere la tua famiglia; non tutti possono andare a lavoro perché ci sono le graduatorie, quindi se stai in graduatoria bene sennò te ne stai in cella 20 ore e mezzo se stai nelle sezioni di alta sicurezza, quindi non respiri. Tant’è che c’è un tasso di un suicidio al mese in Italia nelle carceri. (…)”

Insomma la promozione di uno spettacolo teatrale è diventato un comizio su quanto sia terribile stare in carcere. Che disdetta!

E io che credevo che andare in carcere fosse una bella esperienza, senza limiti al divertimento e invece ’sti poliziotti controllano anche se ci si attarda in bagno.

Cara signora Esposito, lei che va nelle scuole a parlare di argomenti così delicati dovrebbe essere al corrente di come funziona il sistema penitenziario oppure, se non lo sa, parli di arte, di teatro, di quanto siano stati bravi i suoi attori a prestarsi al palco; non vada a pubblicizzare davanti a centinaia di adolescenti cose delle quali non conosce i motivi e che ha sentito solo raccontare.

Innanzitutto siamo un Corpo di Polizia non siamo “GUARDIE” e nemmeno guardoni da come si potrebbe evincere dal suo discorso.

Deve sapere, poi, che siamo responsabili noi agenti di Polizia Penitenziaria della vita dei detenuti ed è per questo che controlliamo.

Se sono da tanto tempo in bagno, ad esempio, dobbiamo assicurarci che stiano bene; che non abbiano fatto un gesto estremo; che non siano svenuti o che non siano stati vittime di violenza da parte degli altri ristretti.

In merito all’assistenza sanitaria non le dico nemmeno quanti milioni di euro vengono spesi per le medicine, le visite specialistiche, i medici e gli infermieri che sono a disposizione dei detenuti 24 ore su 24.

Ed infine non è vero che non c’è la possibilità di vedere la propria famiglia, sono previsti sei colloqui al mese e in caso di figli minori c’è la possibilità di avere delle ore in più, senza contare le telefonate, previste anche quelle, dall’Ordinamento Penitenziario.

A quale pro quindi, mi chiedo, organizzare un incontro di questa natura? Per dimostrare il potere della rieducazione, per dimostrare che chi sbaglia paga? Giusto, ma se fossero stati solo i detenuti a parlare, se fossero stati loro a dire ai ragazzi che stare in carcere è duro, che impegnarsi è importante sempre, sarebbe stato davvero un incontro educativo e significativo per entrambe le parti. Ma non deve esistere che queste conferenze diventino un modo per criticare e denigrare l’operato degli agenti di Polizia Penitenziaria e il sistema carcerario in genere.

La scuola stessa, come istituzione responsabile della crescita e della formazione degli adulti di domani,  dovrebbe cercare di promuovere incontri con le Forze dell’Ordine, far comprendere ai ragazzi l’importanza della legalità, ma soprattutto deve in tutti i modi evitare che i ragazzi siano vittime di false argomentazioni che infangano l’operato di migliaia di uomini e donne che operano nell’amministrazione penitenziaria e che, con fierezza  e sacrificio, sono al servizio dello Stato e di tutti i suoi cittadini.

 

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Chiara Sonia Amodeo

1 commento

  1. Avatar

    Penso che ci troviamo in queste condizioni anche grazie ai sindacati dopo 30 anni di riforma, abbiamo peggiorato. Comunicati, comunicati e comunicati.. svegliatevi e denunciate nelle sedi opportune tutte le cose che non vanno.

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