Cesare Lombroso, fondatore della antropologia criminale poi denominata criminologia

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Nella seconda metà dell’ottocento nasceva la scuola positiva che, in opposizione a quella classica di Francesco Carrara, si ispirava alla concezione di un delitto commesso da un soggetto non dotato di libero arbitro,  e che, pertanto, costituiva    un comportamento criminale necessitato dal determinismo delle  cause biologiche (secondo Cesare Lombroso), o psicologiche-morali (per Raffaele  Garofalo), ovvero ambientali (secondo Enrico Ferri), che avevano “costretto” il suo autore a commetterlo.
Il postulato predetto, che sostituiva quello del libero arbitrio della Scuola Classica, faceva prevalere non più la responsabilità  individuale ed etica dell’autore del reato (secondo l’antica frase latina  punitur quia peccatum est,  cioè  si punisca perché ha peccato, commettendo un reato), bensì quella sociale che poneva in risalto la sua pericolosità sociale, sostituendo alla pena etico-retributiva, la misura di sicurezza, come profilassi criminale a causa della responsabilità sociale del reo, nell’ambito del principio di difesa sociale.
Misura comminata non solo per realizzare il precitato scopo di difesa sociale, ma anche con il fine di reinserire il reo in quella società che lo aveva determinato al delitto, una volta cessata la sua pericolosità, ottenendo una prevenzione speciale dalla sua eventuale recidiva, nel senso di scommettere ragionevolmente sulla sua astensione dal commettere ulteriori comportamenti criminali (“punitur ne peccetur”, cioè si punisca affinché non pecchi più, commettendo altri reati).
In particolare si deve ricordare, fra i fautori della scuola positiva, Cesare Lombroso  nato a Verona il 6 novembre del 1835, padre dell’antropologia criminale, che si era laureato in medicina nell’università di Pavia nel 1858.
Volontario nel Corpo sanitario dell’esercito piemontese, nel 1859, partecipò alla seconda guerra d’indipendenza e successivamente anche alla terza guerra venendo congedato nel 1866.
Si trasferì a Torino nel 1876, avendo ottenuto l’ordinariato di medicina legale e iniziò a dar vita alle misurazioni antropometriche di alcuni detenuti, nel carcere di Torino.
Nel 1896 ottenne l’ordinariato  di psichiatria  e nel 1905 quello  di antropologia criminale sempre presso l’università di Torino.
In tutti gli anni della permanenza a Torino approfondì sempre di più la ricerca (già iniziata in precedenza come medico militare)  dei tratti somatici degenerati (da lui definiti fisiognomici) nelle persone dei detenuti e dei criminali uccisi in conflitti con le forze dell’ordine (mediante la loro autopsia), tendenti a rilevare la  loro specificità (dimensione asimmetrica del cranio,  fronte bassa, mascella prominente, sopracciglia folte, occhi strabici, orecchie grandi, eccessiva lunghezza della braccia e così via) che venivano a dimostrare, a suo parere, la presenza in essi dell’atavismo ovvero del riprodursi  di caratteri fisici caratteristici dell’uomo primitivo, fino a giungere, con l’esame autoptico dei crani di alcuni criminali, alla tesi del delinquente nato, desunta  dalla scoperta fatta da Lombroso nel 1870, nel cranio del bandito Giuseppe Villella di una fossetta occipitale mediana, per cui il criminale, per lui, non era soltanto un derivato della sua anormalità morale, bensì era proprio partorito con un’identificabile anormalità fisica (da lui definita “stimmate criminale”), riscontrabile fin dalla sua nascita, dandone ampio conto nelle cinque edizioni (dal 1876 al 1897) della sua opera più famosa “L’Uomo delinquente” .
Siffatta tesi è stata largamente criticata e superata  dalle successive elaborazioni criminologiche.
Deve però notarsi che recentemente lo sviluppo delle cosiddette neuroscienze (studi scientificamente condotti sul sistema nervoso, in grado di analizzare i neuroni cerebrali e le loro interconnessioni, denominate sinapsi, nei processi elettrochimici che li vede protagonisti, oltre che con il tradizionale elettroencefalogramma – EEG -, attraverso sofisticati sistemi di neuroimaging quali il PET, l’fMRI e lo SPECT), ha parzialmente rivalutato l’intuizione lombrosiana di una base biologica nella commissione del crimine, su basi scientifiche diverse e più approfondite .
Invero le neuroscienze sono riuscite a visualizzare sul computer il funzionamento dei circuiti neuronali che generano i diversi comportamenti umani,  potendosi pertanto ipotizzare in molti casi – con la dovuta cautela della necessità di un approfondimento ulteriore di questi sofisticati studi – una interruzione delle regolari sinapsi e la malformazione  di neuroni per la presenza del cosiddetto nucleo caudato, quale causa  del comportamento criminale, come rileva Margriet Sitskoorn, docente di neuropsicologia clinica all’università olandese di Tilburg nel suo saggio “Le passioni del cervello”, Castelvecchi Editore, 2014, che, in particolare, sottolinea lo stretto rapporto intercorrente fra le passioni umane e il funzionamento delle diverse aree cerebrali nel concreto posizionamento delle sinapsi dei neuroni che le determinano.
Il principale postulato del nostro attuale diritto penale che ogni individuo normale è un agente razionale, idoneo a scegliere il proprio comportamento autonomamente e consapevolmente, e quindi responsabile  delle sue azioni che contrastano le norme penali, è stato sicuramente messo parzialmente in crisi dalle neuroscienze, che hanno evidenziato come la maggior parte delle azioni umane sono determinate da meccanismi biologici inconsapevoli e automatici che hanno luogo nel cervello e che precedono la stessa libertà del volere del soggetto.
Occorre però ribadire con forza che il  precitato dato neuroscientifico – che forse potrà influenzare in futuro una diversa funzione della pena più curativa che meramente retributiva – non vale a stabilire un rapporto di causalità diretto e necessario fra le caratteristiche cerebrali o la mappa genetica e le azioni umane, in quanto  le caratteristiche individuali ben possono essere influenzate anche dall‘ambiente.
Del resto ciò è in linea con la semplice obiezione  che risale già all’osservazione del medico inglese Charles Goring che, nel 1913, la riportava nel suo libro “The English Convict: a Statistical Study”, London, His Majesty’s Stationary Office,  obiettando a Lombroso  che non vi era  una sicura concatenazione fra la presenza di particolari alterazioni biologiche di ordine fisico e la necessaria commissione di un reato, potendovi  ben essere soggetti che, pur avendo tali anomalie, non commettono mai violazioni penali  durante l’intero arco della loro vita.
Oltre alla precitata amplissima ricerca criminologica Cesare Lombroso, negli ultimi anni della sua vita, si apriva all’attività politica, iscrivendosi al Partito socialista italiano nel 1902 e venendo  eletto consigliere comunale di Torino.
Cesare Lombroso morì a Torino nella notte fra il 18 e il 19 ottobre 1909 .
Nel novembre 2018, camminando verso il salone  della caccia  della   prestigiosa sede dell’Università di Torino (che si trova nello splendido castello del Valentino) per tenere una conferenza sulla criminologia, in una mattina fredda ma illuminata dal sole, per caso ho alzato gli occhi incrociando il nome della stretta via che stavo percorrendo e ho letto : “via Cesare Lombroso – clinico psichiatra -1835 -1909”  .
Forte è stata la mia sorpresa, sia per la coincidenza di transitare proprio per la strada dedicata alla persona che era stato il creatore  della materia di cui andavo a parlare all’università in quella giornata, sia perché mi sembrava assai riduttiva la dizione “clinico psichiatra” contenuta nella targa stradale, per il padre della criminologia (al suo tempo definita antropologia criminale), e poco riconoscente per gli indubbi meriti verso la città di Torino, che Lombroso aveva sicuramente acquisito, pur essendo nato a Verona, abitandovi  negli ultimi trentatré anni della sua vita,  svolgendovi la sua attività di professore  (e anche di consigliere comunale) lasciando alla città “adottiva”  un notevole patrimonio culturale, non solo per i suoi libri, ma, concretamente, costituendo  il  museo criminologico (probabilmente il più grande del mondo) nel 1898, denominato originariamente di antropologia criminale.
Questo museo, che è rimasto chiuso al pubblico  per molti anni nella seconda metà del novecento, salvo eccezionali visite riservate a cultori della materia, contiene oltre alla precisa ricostruzione  dello studio di Lombroso con i mobili e strumenti originali, 4.000 pezzi, di cui centinaia di crani e cervelli umani,  tra i quali spiccano quelli del  precitato bandito Giuseppe Villella  – che è stato oggetto di una lunga contesa giudiziaria per la sua restituzione al comune di Motta Santa Lucia, dove il Vilella era nato, che lo richiedeva  per dargli una dignitosa sepoltura, fino alla sentenza del 16 marzo 2017 della Corte d’Appello  di Catanzaro che, ribaltando la precedente decisione del tribunale di  Lamezia Terme del 4 ottobre 2012,  ne ha riconosciuto il valore come bene culturale che,  conseguentemente,  non può essere rilasciato a nessuno – e anche quello dello stesso Lombroso, per sua espressa volontà, nonostante la sua tomba posta nel cimitero monumentale di Torino.
Soltanto nel 2009 è stato riaperto al pubblico con il nuovo allestimento curato dall’architetto Massimo Venegoni, anche se non si sono sopite del tutto le polemiche di diversi comuni del mezzogiorno che lo etichettavano, a mio parere ingiustamente, come il museo dell’orrore antimeridionalista .
Ripensando a quanto sopra mi sembra ovvio che le ricerche  fisiognomiche di Lombroso circa la costrizione al crimine, che oggi ci fanno sorridere- anche se le modernissime neuroscienze, come già detto, hanno riproposto il dilemma di un vizio criminale di origine in maniera scientifica, puntando sulla costituzione delle sinapsi neuronali,  –  devono essere storicizzate al suo tempo, dovendogli sicuramente riconoscere di essere stato il pioniere di una materia interdisciplinare, quale la criminologia,  assai importante per la prevenzione e il recupero criminale.
Grazie alla sua opera – in particolare alla V edizione del suo libro “L’uomo delinquente”, del 1897, edita integralmente da Bompiani nel 2013 – in cui “apriva” alla partecipazione dell’ambiente quale concausa del crimine, superando sostanzialmente la primitiva sua rigida teoria del delinquente nato, abbracciata nelle quattro precedenti edizioni del suo libro –  mi sono avvicinato alle problematiche criminologiche che integravano quelle più propriamente criminali che quotidianamente affrontavo con il mio lavoro di procuratore della Repubblica minorile.
Per questo devo essergli grato, in particolare, per le sue anticipatrici  moderne intuizioni nel campo delle “palestre del crimine” costituite dai grandi istituti che accoglievano moltitudini di adolescenti , in genere poveri e analfabeti, in condizioni di promiscuità (“ Presso a poco altrettanto fa l’abbandono, come negli orfani, nei trovatelli, nei ragazzi vagabondi, a cui la società – quando pur lo fa – provvede con mezzi che possono dirsi vere educazioni criminali, raccogliendoli in masse, in istituti, dove i viziosi predominano e perciò troveremo una quantità relativamente grande di trovatelli e di orfani nei criminali.” pag. 1227 della V edizione dell’ “L’uomo delinquente”)  che , sia pur parzialmente diverse, soprattutto per le assai superiori  attenzioni rieducative attualmente vigenti, si ripropongono negli istituti penali minorili odierni dove convivono non solo minorenni ma anche giovani fino ai 25 anni che devono ultimare di scontare una lunga pena detentiva per gravi reati commessi da minorenni, a seguito  della legge 11 agosto 2014 n.117 .
Scrivendo questo articolo ho rivisto una  fotografia di Lombroso: un signore serio e distinto, con folti baffi e lungo pizzo  bianco a far da cornice a occhialetti tondi e mi è parso, chissà,  che mi guardasse, forse, con  un lieve sorriso beneaugurante.

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