Mafia: duecento nazioni ratificano il “metodo Falcone”
Seguire i flussi finanziari, controllare le banche, ispezionare conti correnti e, a colpi di rogatorie, quelli apparentemente inattaccabili all’estero.
Questa era la ricetta che tutti conosciamo del famosissimo “metodo Falcone”. Il vero metodo, invece, era lui stesso, la sua pervicacia, la sua competenza, il suo sacrificarsi sopra ogni limite per l’altissimo senso del dovere che albergava in lui.
Concepì in maniera rivoluzionaria la funzione del giudice istruttore nel vecchio codice di procedura penale. Elaborò un nuovo metodo d’indagine, che collegava i tanti filoni legati unicamente, più che da connessioni soggettive o oggettive, dalla riferibilità dei reati all’organizzazione mafiosa, di cui aveva intuito quella struttura unitaria, di vertice, che sarà svelata in seguito da Buscetta e avallata da altri collaboratori di giustizia.
Il quarto livello della mafia
Per la prima volta, attraverso i risultati dei molteplici atti d’indagine, si poté tracciare un’immagine della mafia più aderente alla realtà criminale esistente. In tanti lo negano, ma con il suo metodo sarebbe arrivato a svelare anche il “quarto livello”, quello dei legami con la politica e con le multinazionali. Peccato che dopo il maxiprocesso, il “metodo Falcone”, sia rimasto lì, isolato come un viandante in mezzo al deserto lasciato senz’acqua e senza viveri.
Le persone come lui (e sono tante) che lavoravano senza guardare in faccia a nessuno, o sono state assassinate o destinate ad altro incarico. Dopo quasi trent’anni qualcuno rende un omaggio speciale al giudice Giovanni Falcone, il cui lavoro e sacrificio hanno aperto la strada all’adozione della Convenzione di Palermo e a tutta una normativa antimafia che fu in grado di colpire mortalmente la mafia.
Oggi si afferma che la sua eredità deve sopravvivere attraverso l’impegno globale per la prevenzione e la lotta alla criminalità organizzata. Per ora, tutto resta pura teoria, per cui, il vero omaggio al suo sacrificio si avrà quando realmente si creerà un fronte comune, una mobilitazione mondiale contro le mafie investendo sulla cooperazione internazionale cui lui credeva fortemente.
Procura Antimafia e 416 bis europeo
Il suo nome sarà veramente rispettato quando si creerà un 416 bis europeo, una procura antimafia europea, si colpiranno realmente i patrimoni illegali e si seguiranno i flussi di denaro potenziando la cooperazione giudiziaria internazionale con la costituzione di gruppi investigativi comuni a più Stati che sarebbero decisivi nella lotta alle organizzazioni mafiose transnazionali. Quello raggiunto è certamente un traguardo di cui essere orgogliosi ma non basta.
Se vogliamo veramente dare concretezza alla lotta alla mafia, da oggi, si dovrebbe iniziare a combattere seriamente anche la corruzione. Non dimentichiamoci che la criminalità organizzata mette le sue radici negli spazi vuoti lasciati dalla mancanza di legalità e di giustizia sociale. Falcone, negli ultimi mesi di vita, temeva che la magistratura tornasse alla vecchia routine: i mafiosi che fanno il loro mestiere da un lato, i magistrati che fanno più o meno bene il loro dall’altro, e alla resa dei conti, palpabile, l’inefficienza dello Stato. Noi tutti insieme possiamo e dobbiamo evitare che questo accada.
Estendere la Convenzione di Palermo
E’ sufficiente che ognuno di noi faccia semplicemente il proprio dovere! A me sembra che in Italia si voglia la giustizia e la legalità a condizione che questa non tocchi i cosiddetti poteri forti. Se vogliamo rispettare Giovanni Falcone, dobbiamo andare oltre la retorica di convenienza rendendo ad esempio la Convenzione di Palermo estendibile a nuove forme di criminalità come il cyber crime e i reati ambientali ancora non disciplinati da normative universali e il potenziamento della collaborazione tra gli Stati, le banche e gli internet providers per il contrasto alla criminalità transnazionale.
Facciamo in modo che si avveri effettivamente il sogno di Giovanni Falcone che ben quarant’anni fa aveva compreso il rischio che la criminalità organizzata diventasse un problema globale e l’importanza di un impegno generale degli Stati per combatterla efficacemente.
Vincenzo Musacchio, giurista, professore di diritto penale. Associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA). Ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. Discepolo di Giuliano Vassalli, amico ed allievo di Antonino Caponnetto.











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