Distintivi della Polizia Penitenziaria: sul quotidiano Domani li chiamano “affarucci”, noi parliamo di competenze
Ci sono due modi di raccontare una notizia. Il primo consiste nel comprenderne il significato e contestualizzare i fatti. Il secondo è costruire una narrazione che confermi una tesi già scritta in partenza.
L’articolo di Nello Trocchia, pubblicato su Il Domani, appartiene, purtroppo, alla seconda categoria. La conclusione cui approda – secondo cui la vicenda dei distintivi della Polizia Penitenziaria sarebbe una “questione di affarucci, con il solito caos conseguente” – non è soltanto una battuta giornalisticamente efficace. È soprattutto una clamorosa banalizzazione di ciò che rappresentano quei distintivi e, più in generale, della cultura professionale che caratterizza tutte le Forze armate e le Forze di polizia.
I distintivi della Polizia Penitenziaria non sono gadget, ma brevetti professionali
Un distintivo di specializzazione non è un gingillo, non è un gadget e neppure un feticcio identitario. È un brevetto, cioè il riconoscimento ufficiale di una competenza acquisita attraverso corsi selettivi, addestramento, verifiche e qualificazioni.
Si tratta di un titolo professionale annotato nella documentazione matricolare del dipendente, che abilita allo svolgimento di specifiche funzioni operative. È ciò che distingue un cinofilo da un operatore ordinario, un paracadutista da chi non ha conseguito quel brevetto, un istruttore da chi non possiede quella qualificazione, un matricolista da chi non esercita quella delicata funzione.
Le specializzazioni della Polizia Penitenziaria garantiscono la sicurezza del sistema
L’insieme delle specialità dimostra come la Polizia Penitenziaria sia oggi un Corpo altamente specializzato, capace di coniugare funzioni di sicurezza, investigazione, gestione penitenziaria, supporto tecnologico e formazione.
Ogni reparto e ogni specializzazione contribuiscono, con competenze specifiche e personale qualificato, a garantire la sicurezza degli istituti, l’esecuzione della pena, il contrasto alla criminalità organizzata e la tutela della legalità, confermando la natura moderna e multidisciplinare del Corpo.
Liquidare tutto questo come un semplice “affaruccio” significa dimostrare di ignorare il linguaggio stesso delle istituzioni militari e di polizia.
Sarebbe come sostenere che i brevetti dei piloti dell’Aeronautica, le mostrine degli incursori, i distintivi degli artificieri o dei sommozzatori siano semplici orpelli da uniforme. Non lo sono, perché rappresentano il modo con cui lo Stato certifica pubblicamente competenze che incidono direttamente sulla sicurezza collettiva.
GOM, GIO, NIC e le altre specializzazioni: il patrimonio professionale del Corpo
Parliamo, checché ne dica Trocchia, di un patrimonio di specialità costituito dal Gruppo Operativo Mobile (GOM), specializzato nella gestione dei detenuti sottoposti al regime speciale previsto dall’articolo 41-bis dell’Ordinamento Penitenziario e dei soggetti appartenenti alla criminalità organizzata e al terrorismo; del Gruppo di Intervento Operativo (GIO), unità specializzata destinata al pronto intervento operativo; del Nucleo Investigativo Centrale (NIC), che rappresenta la componente investigativa del Corpo.
A queste si aggiungono i servizi operativi territoriali, come il Servizio Cinofili, i Nuclei Traduzioni e Piantonamenti (NTP), il Servizio Navale e il Servizio a Cavallo, oltre alle specializzazioni tecniche e logistiche, nelle quali operano armaioli e capo armaioli, responsabili della gestione dell’intero parco armamento del Corpo, specialisti informatici, istruttori di tiro, istruttori di difesa personale e tecniche operative e anche quei matricolisti che tanto interesse hanno suscitato in Trocchia e che rappresentano figure altamente specializzate nella gestione amministrativa e giuridica della posizione dei detenuti.
Il valore storico delle insegne nelle Forze armate e nelle Forze di polizia
Naturalmente esiste un’altra categoria di insegne: quelle commemorative, di ricordo, di merito o d’onore. Anch’esse vantano una storia antichissima.
Già nell’antica Roma i soldati valorosi ricevevano le phalerae, placche metalliche applicate sulla corazza per rendere visibile il riconoscimento dell’Impero. I generali vittoriosi venivano incoronati con l’alloro.
Da allora nulla è cambiato nella sostanza: ogni comunità organizzata ha sempre riconosciuto il valore, il servizio e l’appartenenza attraverso simboli esteriori.
Per questo sorprende che proprio chi esercita il mestiere di raccontare la realtà scelga di ridurre una questione ordinamentale e professionale a una caricatura.
Carceri italiane: il vero problema non sono i distintivi
Ancora più sorprendente è l’accostamento costruito nell’articolo. Da una parte suicidi, sovraffollamento, aggressioni, telefoni cellulari, droga, carenze di personale e istituti al collasso. Dall’altra i distintivi.
Quasi che l’attenzione dedicata all’organizzazione interna della Polizia Penitenziaria fosse la causa, o anche soltanto il simbolo, dell’incapacità dello Stato di affrontare l’emergenza carceraria.
È un espediente narrativo suggestivo, ma è un falso problema.
Uno Stato serio è perfettamente capace di fare entrambe le cose: valorizzare le professionalità interne e affrontare le emergenze del sistema.
Non esiste alcuna incompatibilità tra il riconoscimento delle specializzazioni e la lotta al sovraffollamento, così come non esiste alcuna incompatibilità tra un distintivo di brevetto e il reclutamento di nuovo personale. Allo stesso modo, il rispetto delle tradizioni del Corpo non impedisce gli investimenti in tecnologia, sicurezza e infrastrutture.
Il dibattito sulle carceri continua a vivere di slogan
Semmai il vero problema è un altro: da anni il dibattito pubblico sul carcere vive di slogan. E, su questo, un mea culpa dovrebbero farlo anche alcuni operatori dell’informazione.
Ogni tragedia produce indignazione, ogni rivolta genera polemiche e ogni suicidio diventa terreno di scontro politico. Titoloni ad effetto, speciali televisivi, approfondimenti, dichiarazioni. Poi tutto torna come prima.
Eppure basterebbe leggere le analisi che il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria pubblica da anni per comprendere che le soluzioni non mancano affatto.
Le proposte del SAPPE per superare la crisi del sistema penitenziario
Il SAPPE denuncia da tempo un sistema ormai vicino al punto di rottura.
Chiede un Piano straordinario nazionale per il sistema penitenziario, almeno cinquemila nuove assunzioni nella Polizia Penitenziaria, una riorganizzazione dei circuiti detentivi differenziando gli istituti per livelli di sicurezza, la schermatura tecnologica delle carceri contro l’introduzione e l’utilizzo dei telefoni cellulari, un deciso ricorso alle misure alternative previste dall’ordinamento per ridurre il sovraffollamento e un’effettiva presa in carico sanitaria dei detenuti affetti da gravi patologie psichiatriche e delle persone tossicodipendenti. In questa direzione va anche la recente approvazione in Parlamento del disegno di legge del Governo.
Queste non sono chiacchiere. Sono proposte tecniche formulate molto prima che il tema carcerario tornasse ciclicamente sulle prime pagine dei giornali.
Ed è forse questo il limite più evidente dell’articolo di Trocchia: la realtà viene osservata dal buco della serratura della polemica politica, mentre resta fuori campo tutto il lavoro di analisi che quotidianamente sindacati, operatori e personale della Polizia Penitenziaria producono nel tentativo di evitare il definitivo collasso del sistema.
La competenza vale più della polemica sulle carceri
I distintivi, dunque, non sono il problema.
Il problema è un sistema penitenziario che per troppo tempo è stato affrontato inseguendo l’emergenza invece di governarla. Sono gli organici insufficienti, le aggressioni quotidiane ai danni degli appartenenti alla Polizia Penitenziaria, le strutture fatiscenti, il sovraffollamento cronico, la carenza di investimenti e una politica – insieme a una parte della stampa – che troppo spesso si accorge delle carceri soltanto quando accade una tragedia.
Su tutto questo il SAPPE richiama l’attenzione da anni.
Forse sarebbe utile che una parte del giornalismo, invece di fermarsi all’effetto di una battuta sugli “affarucci”, iniziasse finalmente a confrontarsi con chi il carcere lo vive ogni giorno, lo studia e propone soluzioni concrete, anche quando quelle soluzioni provengono da interlocutori che non si condividono o non si apprezzano.
Parliamo di contenuti, non di gossip.
Perché le polemiche, e Trocchia lo sa bene, riempiono una pagina di giornale.
La competenza, invece, può contribuire davvero a cambiare le carceri italiane, anche con il contributo di una stampa responsabile, rigorosa e obiettiva.
Il Puntaspilli











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