Spari al Pronto soccorso di Prato, quelle porte automatiche che mettono in discussione la ricostruzione del PM
Il TGR Toscana mostra le uscite azionate da fotocellula nell’area raggiunta dal fuggitivo. Davvero non poteva più scappare?
Avevamo posto una domanda due giorni fa. Oggi dobbiamo porne un’altra, forse ancora più semplice.
Se il giovane marocchino che stava fuggendo dal Pronto soccorso di Prato aveva davanti a sé delle porte automatiche che potevano aprirsi avvicinandosi, possiamo davvero affermare che non avesse più una possibile via d’uscita?
La questione è uno degli elementi importanti nella ricostruzione di quei pochi secondi che hanno portato un poliziotto penitenziario a utilizzare l’arma di ordinanza e, di conseguenza, a essere indagato per tentato omicidio.
Perché proprio l’impossibilità di proseguire la fuga era entrata nella ricostruzione pubblicamente attribuita alla Procura di Prato.
Adesso, però, c’è un elemento che merita di essere verificato attentamente.
E non lo sostiene il SAPPe. Non lo sostiene la difesa del collega.
Lo mostra un servizio del TGR Toscana della RAI.
Quelle porte automatiche cambiano la prospettiva
Nel servizio televisivo dedicato alla vicenda viene mostrata l’area interessata dai fatti e viene evidenziata la presenza di porte automatiche dotate di fotocellula, azionate dall’avvicinamento delle persone.
Se quelle porte erano funzionanti al momento dei fatti e se consentivano effettivamente di proseguire verso l’esterno – circostanze che dovranno naturalmente essere accertate nel procedimento – allora la prospettiva cambia sensibilmente.
Perché una porta automatica non è un muro.
E soprattutto una porta che si apre semplicemente avvicinandosi non sembra conciliarsi, almeno apparentemente, con l’immagine di un uomo arrivato in un punto dal quale non avrebbe avuto alcuna possibilità di continuare la fuga.
Le prime ricostruzioni giornalistiche della vicenda avevano descritto proprio il giovane che, dopo avere impugnato e azionato l’estintore creando confusione nel reparto, avrebbe cercato di raggiungere l’uscita.
Successivamente è stata invece riportata la ricostruzione della Procura secondo cui l’uomo si sarebbe trovato in un locale dal quale non poteva uscire.
Sono due rappresentazioni che, almeno apparentemente, non coincidono.
Ed è esattamente per questo che servono le indagini.
Se non poteva uscire, dove conducevano quelle porte?
La domanda, a questo punto, è inevitabile. Dove conducevano quelle porte?
Erano funzionanti? Si aprivano effettivamente anche dall’interno?
Erano raggiungibili dal giovane?
Consentivano di uscire dall’area del Pronto soccorso oppure conducevano semplicemente a un altro ambiente chiuso?
E soprattutto: il poliziotto che in quei secondi stava cercando di impedirne la fuga poteva ragionevolmente ritenere che attraverso quelle porte l’uomo sarebbe riuscito ad allontanarsi?
Sono queste le domande che contano.
Non perché dobbiamo sostituirci alla Procura. Esattamente per la ragione opposta, perché devono essere gli accertamenti a dare le risposte.
Le telecamere devono raccontare tutta la scena
Le immagini della videosorveglianza del Pronto soccorso sono evidentemente fondamentali. Mostrano la corsa, gli spostamenti e la posizione dei protagonisti e potranno consentire di ricostruire secondo per secondo quanto accaduto.
Ma un filmato non può essere valutato come una sequenza di fotografie isolate.
Bisogna conoscere la conformazione dei luoghi. Bisogna sapere dove conducevano quelle porte, come funzionavano, quanto distava il giovane dall’eventuale uscita e dove si trovavano in quel momento i poliziotti.
E bisogna soprattutto ricostruire ciò che era accaduto immediatamente prima.
Secondo le ricostruzioni pubblicate, il ventiduenne era stato fermato dopo un primo tentativo di fuga successivo alla scoperta del lancio di un plico contenente droga verso il carcere della Dogaia. Portato in ospedale perché rimasto ferito, avrebbe nuovamente tentato di allontanarsi, impossessandosi di un estintore e azionandolo nell’area del Pronto soccorso. Le cronache riferiscono inoltre di una situazione di grande confusione, tanto da rendere necessario il temporaneo dirottamento delle emergenze verso altri ospedali.
Non stiamo quindi osservando una fotografia immobile.
Stiamo parlando di secondi, di concitazione, di un uomo che aveva già tentato di sottrarsi al controllo e di poliziotti chiamati a decidere immediatamente cosa fare.
Noi oggi possiamo fermare il filmato. Possiamo tornare indietro, ingrandire un fotogramma e discutere per ore sulla posizione di una porta.
Quel poliziotto, in quei secondi, no.
Ecco perché il processo non doveva cominciare sui giornali
Ed eccoci nuovamente al punto dal quale eravamo partiti nel nostro precedente articolo.
Abbiamo massimo rispetto per la Procura della Repubblica di Prato e per il lavoro della magistratura. Il collega è indagato e dovrà essere accertato se l’uso dell’arma sia stato o meno giustificato dalle circostanze concrete.
Non chiediamo assoluzioni giornalistiche dopo avere contestato le condanne giornalistiche.
Chiediamo semplicemente che sia il procedimento a stabilire i fatti.
Ed è proprio ciò che sta accadendo in queste ore a dimostrare quanto fosse necessario mantenere prudenza nelle ricostruzioni pubbliche.
Prima abbiamo letto che l’uomo non poteva uscire.
Adesso vediamo delle porte automatiche.
Domani gli accertamenti potranno dirci se quelle porte erano operative, dove conducevano e quale reale possibilità di fuga esistesse.
È esattamente così che funziona un’indagine, con un elemento dopo l’altro, una verifica dopo l’altra.
Ed è esattamente per questo che avevamo espresso perplessità sulla scelta di portare davanti all’opinione pubblica una ricostruzione così delicata mentre gli accertamenti erano ancora in corso.
Una porta può cambiare molto
Non stiamo sostenendo che l’esistenza di quelle porte dimostri automaticamente la correttezza dell’operato del poliziotto.
Sarebbe commettere lo stesso errore che abbiamo contestato.
Stiamo dicendo qualcosa di molto più semplice.
Quelle porte esistono e adesso bisogna stabilire se rappresentassero concretamente una possibile via di fuga.
Occorre accertare se fossero funzionanti, se si aprissero effettivamente dall’interno al semplice avvicinamento, dove conducessero e quale fosse la distanza tra il giovane e l’uscita nel momento in cui il poliziotto ha deciso di intervenire.
Sono verifiche apparentemente banali.
Ma possono assumere un peso enorme nella ricostruzione della dinamica e, soprattutto, nella valutazione della situazione che quel poliziotto penitenziario si trovò davanti.
Noi non chiediamo sconti. Non chiediamo processi sommari al contrario.
Chiediamo tutte le immagini, tutti gli accertamenti, tutte le testimonianze e tutta la verità.
Perché un poliziotto penitenziario è oggi indagato per tentato omicidio per una decisione presa in una manciata di secondi.
E prima di stabilire pubblicamente che quell’uomo non poteva più fuggire, forse bisogna rispondere a una domanda essenziale: quelle porte, dove conducevano?
Giovanni Battista de Blasis
Guarda il video del servizio del TGR della RAI
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