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Prato, il Procuratore ricostruisce gli spari al pronto soccorso. Ma il processo al poliziotto penitenziario non può cominciare sui giornali

Il PM interviene pubblicamente sulla dinamica che ha portato all'indagine per tentato omicidio. Massimo rispetto per la magistratura, ma perché anticipare all'opinione pubblica elementi destinati ad essere valutati nel procedimento?

Giovanni Battista De Blasis by Giovanni Battista De Blasis
18 Agosto 2026
in editoriali
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Perché comunicato stampa PM su spari Prato

I titoli colpevolisti dei quotidiani

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Prato, il Procuratore ricostruisce gli spari al pronto soccorso. Ma il processo al poliziotto penitenziario non può cominciare sui giornali

 

Il PM interviene pubblicamente sulla dinamica che ha portato all’indagine per tentato omicidio. Massimo rispetto per la magistratura, ma perché anticipare all’opinione pubblica elementi destinati ad essere valutati nel procedimento?

 

Il collega della Polizia Penitenziaria è indagato per tentato omicidio (e già questo a noi sembra un’enormità).
Le indagini sono appena cominciate eppure sulla dinamica degli spari avvenuti al pronto soccorso dell’ospedale di Prato è già intervenuto pubblicamente il Procuratore della Repubblica, fornendo una ricostruzione dei filmati acquisiti dagli investigatori.
Ed è proprio qui che, con tutto il rispetto dovuto alla magistratura, che ci domandiamo: era davvero necessario?
Secondo quanto riferito dall’ANSA, il Procuratore ha dichiarato:
«I filmati acquisiti mostrano la dinamica dei fatti. Due agenti di polizia penitenziaria, mentre il ragazzo cercava di scappare ammanettato all’interno di un ambiente chiuso dal quale non poteva uscire, hanno cercato di raggiungerlo. Uno dei due agenti ha esploso contro il ragazzo tre colpi di pistola, uno dei quali l’ha colpito».
Parole importanti, soprattutto per un passaggio: «all’interno di un ambiente chiuso dal quale non poteva uscire».
Non è un dettaglio.

La ricostruzione del PM

Ma proprio perché siamo fuori da un’aula di tribunale e gli accertamenti sono ancora in corso, quella secondo cui il giovane si trovasse «all’interno di un ambiente chiuso dal quale non poteva uscire» resta, allo stato, la ricostruzione prospettata dalla Procura e, una volta affidata alla stampa prima del confronto processuale, finisce inevitabilmente per assumere anche i connotati di una valutazione sulla dinamica.
E allora, alla valutazione del Pubblico Ministero ci permettiamo di contrapporre, con identico rispetto e senza alcuna pretesa di sostituirci agli investigatori, la nostra opinione.

Ma un pronto soccorso non è una cella blindata

Un pronto soccorso non è una cella blindata. È normalmente un ambiente attraversato da corridoi, accessi, porte e vie di collegamento. Per questo, prima di affermare che una persona in fuga «non poteva uscire», riteniamo necessario accertare concretamente quali possibilità di fuga esistessero in quel momento e in quel luogo.
Tanto più se quella persona, come risulta dalle ricostruzioni della vicenda, aveva nella propria disponibilità un estintore, cioè un oggetto pesante che avrebbe potuto essere utilizzato anche per tentare di forzare o sfondare una porta.
Possiamo davvero escludere, prima che siano completati tutti gli accertamenti, che una porta potesse essere forzata con una spallata o, a maggior ragione, colpita con un estintore?
Noi crediamo che proprio questo sia uno degli elementi che dovranno essere verificati nelle indagini, non anticipati come una certezza nella comunicazione pubblica.

Le diverse letture dei fatti

Se la ricostruzione del Pubblico Ministero viene portata fuori dal fascicolo e affidata ai giornali prima che abbia attraversato il contraddittorio, allora anche noi abbiamo diritto di formulare una diversa lettura dei fatti.
Ma è esattamente ciò che vorremmo evitare, perché né la tesi dell’accusa né quella della difesa dovrebbero trasformare i giornali nell’aula anticipata di un processo che deve ancora cominciare.
È un elemento che potrebbe assumere un peso rilevante nella valutazione della necessità, proporzionalità e legittimità della condotta del poliziotto penitenziario.

Massimo rispetto per la magistratura. Ma rispettare non significa rinunciare alle domande

Lo abbiamo detto cento volte e continueremo a dirlo: nutriamo massimo rispetto per la magistratura, sia giudicante sia requirente.
L’autonomia e l’indipendenza della magistratura costituiscono pilastri dello Stato di diritto e nessuno di noi intende interferire nelle indagini della Procura di Prato.
Il collega è indagato e dovranno essere ricostruiti i fatti, valutati i filmati, ascoltati i testimoni, esaminati i luoghi e accertato tutto ciò che è necessario per stabilire esattamente cosa sia accaduto in quei concitati minuti.
Noi stessi abbiamo sostenuto fin dal primo momento che essere indagati non significa essere colpevoli.
Ma proprio perché crediamo in questo principio, riteniamo che debba valere per tutti.
Anche nella comunicazione pubblica.
Noi non vogliamo celebrare un processo sui giornali per assolvere il collega. Ma, allo stesso modo, non vorremmo assistere a un processo mediatico che rischi di anticiparne la condanna.

Il Procuratore può comunicare con la stampa ma a precise condizioni

Occorre essere chiari anche sotto il profilo giuridico.
Non sarebbe corretto sostenere che un Procuratore della Repubblica non possa diffondere comunicati stampa su un’indagine in corso.
La normativa prevede espressamente questa possibilità.
L’articolo 5 del decreto legislativo n. 106 del 2006, come modificato dal decreto legislativo n. 188 del 2021, sulla presunzione di innocenza, attribuisce al Procuratore della Repubblica i rapporti con gli organi di informazione.
La stessa disposizione stabilisce che la diffusione di informazioni sui procedimenti penali sia consentita soltanto quando risulti strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini o ricorrano altre specifiche ragioni di interesse pubblico e debba avvenire attraverso comunicati ufficiali oppure, nei casi di particolare rilevanza pubblica dei fatti, mediante conferenze stampa.
La diffusione di informazioni sui procedimenti penali, dunque, è consentita soltanto quando sia strettamente necessaria per la prosecuzione delle indagini oppure quando ricorrano altre rilevanti ragioni di interesse pubblico. E le informazioni devono essere fornite salvaguardando il diritto dell’indagato a non essere indicato come colpevole prima di una decisione definitiva.
Dunque, nessuno contesta il potere della Procura di comunicare.
Ma ci interroghiamo sull’opportunità, sul contenuto e sulla necessità di farlo in questo momento.

Qual era la necessità di anticipare questa ricostruzione?

È questa la domanda.
Quale esigenza investigativa rendeva necessario comunicare che il ventiduenne si trovasse in un ambiente dal quale, secondo la ricostruzione della Procura, «non poteva uscire»?
Quale rilevante ragione di interesse pubblico richiedeva di rendere noto proprio questo particolare mentre devono ancora essere compiutamente accertate le circostanze nelle quali il poliziotto ha fatto uso dell’arma?
Sono domande, non accuse e la differenza è enorme.
Perché sarà proprio l’indagine a dover stabilire che cosa abbia visto e percepito il collega in quei secondi, quale pericolo ritenesse esistente, quale fosse la conformazione dei luoghi, dove si trovassero le altre persone presenti, quale comportamento stesse tenendo il fermato e quale fosse concretamente la situazione che il poliziotto si è trovato a fronteggiare.
Un filmato può documentare moltissimo. Ma poi bisogna ricostruire l’intera dinamica, senza limitarsi soltanto ad alcuni fotogrammi.

Prima degli spari c’era stato un estintore scaricato nel pronto soccorso

C’è poi il contesto.
Secondo le ricostruzioni disponibili, il ventiduenne era stato fermato dopo gli eventi verificatisi nei pressi del carcere della Dogaia e successivamente accompagnato in ospedale.
Al pronto soccorso avrebbe tentato nuovamente di sottrarsi al controllo, utilizzando anche un estintore e provocando momenti di forte concitazione.
Tre colpi sono stati esplosi dal poliziotto penitenziario due in aria e uno ha raggiunto il giovane a una gamba.
Il collega è stato quindi iscritto nel registro degli indagati per tentato omicidio.
Sarà la Procura a valutare se quella reazione fosse giustificata oppure no.
Ma il punto è esattamente questo, sarà la Procura attraverso le indagini a valutare secondo l’accusa ma, alla fine, sarà un giudice a decidere attraverso un processo.

I processi si fanno nelle aule di giustizia

Da anni sosteniamo che i processi devono celebrarsi nelle aule di giustizia e non sulla stampa, sui social network o nei talk show, e lo sosteniamo indipendentemente da chi sia la persona sottoposta a indagine: un poliziotto, un detenuto, un politico, un magistrato o qualsiasi altro cittadino.
È un principio nel quale abbiamo sempre creduto e che, proprio per questo, continuiamo a difendere anche oggi. Il pubblico ministero svolge una funzione fondamentale nel nostro ordinamento, cioè quella di acquisire le notizie di reato, dirigere le indagini, esercitare l’azione penale quando ne ricorrono i presupposti e formulare al giudice le richieste previste dalla legge.
A poteri così rilevanti corrispondono responsabilità altrettanto rilevanti, ed è anche per questa ragione che riteniamo necessario usare particolare prudenza nella comunicazione pubblica durante un’indagine, soprattutto quando vengono divulgati elementi suscettibili di incidere sulla percezione della responsabilità dell’indagato.
Del resto, la stessa normativa sulla presunzione di innocenza non vieta la comunicazione giudiziaria, ma la circoscrive e le impone equilibrio e cautela, perché una valutazione resa pubblicamente da un Procuratore della Repubblica non ha, agli occhi dell’opinione pubblica, lo stesso peso delle parole di un qualsiasi commentatore perché l’autorevolezza istituzionale di chi la pronuncia, pesa inevitabilmente molto di più.

Adesso lasciamo parlare gli atti

Noi non chiediamo alcun privilegio per il collega, né pretendiamo che qualcuno chiuda un occhio o che un appartenente alla Polizia Penitenziaria possa essere sottratto all’applicazione della legge. Chiediamo esattamente il contrario, cioè che sia la legge, e soltanto la legge, attraverso gli strumenti e le garanzie del processo, a stabilire ciò che è realmente accaduto.
Se il collega ha sbagliato, saranno gli accertamenti giudiziari a dimostrarlo; se, invece, ha agito nell’adempimento del proprio dovere, trovandosi a fronteggiare una situazione che in quei concitati secondi aveva percepito come pericolosa, anche questo dovrà emergere con la stessa chiarezza.
Fino a quel momento resta un cittadino e un poliziotto penitenziario sottoposto a indagini, non una persona riconosciuta colpevole.
Continuiamo quindi ad avere piena fiducia nel lavoro della magistratura e attendiamo che la Procura di Prato completi tutti gli accertamenti necessari.
Ma proprio per il rispetto che nutriamo per le istituzioni ci chiediamo che se il processo deve ancora cominciare, perché affidare alla comunicazione pubblica una ricostruzione che rischia di apparire come un’anticipazione delle conclusioni prima ancora che le indagini siano terminate e che la difesa abbia potuto esercitare pienamente le proprie prerogative?
Lasciamo allora che le immagini delle telecamere vengano esaminate, che gli investigatori raccolgano e valutino tutti gli elementi, che la difesa eserciti i propri diritti e che il pubblico ministero sostenga le proprie valutazioni nelle sedi previste dall’ordinamento.
Se sarà necessario arrivare a un processo, sarà un giudice, nel contraddittorio tra accusa e difesa, a pronunciare l’ultima parola.
Perché tra la ricostruzione affidata a un comunicato stampa e l’accertamento della responsabilità contenuto in una sentenza esiste una distanza enorme, fatta di prove, garanzie, contraddittorio e diritto di difesa.
E quella distanza ha un nome preciso: processo.

Giovanni Battista de Blasis

 

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